Lettera per Roberto Benigni

Lettera aperta di angelo pagani a Roberto Benigni
“Il troppo sospirar nulla rileva”

23 novembre 2018,

Ciao ROBERTO! MI chiamo Angelo da Calepio e da circa 800 anni sono nipote putativo di quell' Ambrogio da Calepio che scrisse, come ben sai, l'un tempo celebre Calepino. Ti scrivo quel che ho scritto ad Andrea Empedocleo, volgarmente noto come Camilleri. Anzi, ti mando pari pari la lettera che, via fèis buc (detesto la cappa), ho spedito all'irsuto mai domo siculo. Il perché è presto detto. Siete gli unici due italiani (terzo son io, qual don Abbondio, nella perigliosa scia di FederigoInnominato) cui sta a cuore la lingua di FRANCESCO PETRARCA, oggi vituperatissima e argomento di riso e di trastullo da parte dei vostri e miei impavidi compatrioti. Le uniche voci levatesi in questi anni (ti sono maggior di due) a schermo tra noi e la britanna rabbia sono le vostre. In particolare, la più grande e, credo, autentica che 'l secol oscuro e sciocco abbia partorito è uscita dalla tua mente e dal tuo cuore. E in Santa Croce, (trattenga Iddio il desio di strapparsi anzitempo un sorriso), troverai degno riposo alle tue fatiche. E risuoni, la piazza che le ha accolte, eternamente delle tue dantesche note. Oggi e da millanta giorni, giaccio per aspro mar, a mezza notte il verno, enfra Scilla (blèc fràidei, scribo albioneam linguam tamquam rarissume ac pessume loquor) et Cariddi (blèc fràidei). Questo sito, forse sol esso, è sopravvissuto al diluvio raccolto di che deserti strani per inondare i nostri dolci campi. L'unica grande operazione culturale è la tua. Ve n'è un'altra, sempre tua, grande al pari di quella ma sparuta: quella che hai dedicato all'Inno di Mameli (che la meritava) e agli italiani (che non han fatto nulla per meritarla). Non ti tedierò oltre, visto che, se ti parrà nobilitate, ti attende quel ch'ancora attende Empedocleo furente. Mi basta che tu mi legga. Sappi che, se non lo farai, orrendamente stassi, di qua dell'Acheronte, Caron dimonio con occhi di bragia famelico ululando: "GUAI A TE ANIMA PRAVA!". E se etiam costui tu non paventi, Roberto, io t'ammonisco che potrei financo annichilirmi colà dove si puote ciò che si vuole, prostrato all'insaziabil idra del possesso, oggi neovestita, ut fere semper, dell' aura che inarrestabilmente ringhia dalle fatali tamesie sponde, divina spargendo ambrosia sul popol beato. Mina, di fronte alla quale, lo stesso ciel s'inchina.
A.A.N.S S. AD ANDREMPEDOCLEO, NOSTRA SOLA SPES
Non era l’andar suo cosa mortale…e le parole sonavan altro che pur voce umana (RVF, XC, 9-11)
ITALIA MIA, benché ‘l parlar sia indarno alle piaghe mortali che sul bel corpo tuo sì spesse veggio, piacemi almen che i miei sospir sian quali spera il girgenteo mar che doglioso e grave or chieggio. Correan le genti a mirar le sparse grazie di cui fazioso ti fe’ dono il ciel e a maledir l’iniquo fato che fatte le avea sì scarne al tuo cospetto. Lieta dell’aer tuo vestia la luna di luce limpidissima i tuoi colli di bellezza festanti e le convalli popolate di case e d’uliveti. Beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi. Risuonava la terra al tuo perpetuo canto. Correa l’idioma tuo dall’Alpe alla Sicilia, fin su per l’algida Albion, giù oltre Girgenti occhio ridente e Limpadusa gioconda solitudo e ancora giù per le didonie assetate terre: ovunque, l’armonia vincea di mille secoli il silenzio. Or tutto è pace e silenzio e più di te non si ragiona. Geme l’idioma genuflesso all’Anglia imperatrice. Si prostra l’eletto a favellar l’anglica lingua, a rivaleggiar coi miseri che un fato infido colse fuor dall’imper, vola il giovin signore alle lugdunee stanze rigurgitananti itali rampolli bramosi di sfilar l’anglia pepita al vorace sire albioneo. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, ansiman l’itale note, non tanto per il cappio che da fuor le avvolge, ma più per quello che dentro le stringe. Così, ‘l desir cieco incontr’ al suo ben fermo a lingua viva ha procurato cancro. Or qui, nella tua stessa terra, si spengon le luci che ti facean bella. Latino taccio che per ogni piaggia fece l’erbe vestir di sue bellezze. Or giace abbandonato, occulto, brancolante sotto antichissime ombre, argomento di riso e di trastullo. Vero è ben, CAMILLERI! Anche la Speme ultima Dea fugge le sponde ove i volgari arrancan, serrati in chiusi anfratti o in oscure valli. All’ombra dei cipressi e dentro l’urne non confortate di pianto, attendon la figlia di Latino. Attendon la madre che han partorito e la matrigna che li ha schifati. Sparsa le trecce morbide, porge la chioma all’anglia spocchiosa ortata a disseccar i nostri dolci campi. Indarno provvide natura al nostro stato quando FRANCESCO DANTE PETRARCA BOCCACCIO GIOTTO ARIOSTO LEONARDO MICHELANGELO RAFFAELLO CARAVAGGIO GALILEO VIVALDI FOSCOLO LEOPARDI MANZONI ROSSINI DONIZETTI BELLINI VERDI PASCOLI VERGA PIRANDELLO MONTALE ANDREA EMPEDOCLEO pose tra noi e il britanno oltraggio. Ma Tu, Italia nostra, Tu non chiederci la parola, sfatta tra lugdunee nebbie. Resterà il canto dei tuoi figli e tutta narrerà la terra Italia mille volte rasa e mille risorta. E Tu, sol di Trinacria, ispido Vate, ANDREA EMPEDOCLEO, memoria d’eletti cuori avrai ove fia santo e lagrimato l’inchiostro per la patria versato e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane. Ti abbraccio. Ricordati di non morire. E se proprio ci tieni, lasciaci almeno il girasole impazzito di luce.

Autore: angelo pagani

Lettera per Roberto Benigni. Lettera 133.

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