Lettera per Paolo Sorrentino

Lettera aperta di CIRO ASPROSO a Paolo Sorrentino
“Il melograno di ades”

31 gennaio 2023,

Buongiorno Paolo Sorrentino,

Il melograno di Ades
di Ciro Asproso


Editore: Guida
Collana: Lente d'ingrandimento
Data di Pubblicazione: agosto 2021
EAN: 9788868668228
ISBN: 886866822X
Formato: brossura

Si narrano le avventure di diversi Ecisti o Fondatori di città, uomini che hanno contribuito col loro coraggio e spirito d’avventura a diffondere nel mondo i tesori della civiltà greca.
L’Ecista per eccellenza è, però, Xenophànes di Colofone perché, pur non avendo fondato nessuna città girovagò, come rapsodo, per il mondo antico fondando e diffondendo l’approc- cio razionale al reale, manifestando quella che oggi chiamiamo “mentalità occidentale”, laica, tollerante e pragmatica, ironi- camente distaccata dalle esaltazioni e dalle illusioni tipiche de- gli esseri umani.

SOSTA A PARTENOPE

Ermocrates, vuole, però, cercare il luogo indicato dall’o- racolo di Delfi.
Non c’è modo di fargli cambiare idea, vorrebbe ripartire dopo pochi giorni di sosta. I Partenopei lo convincono a rima- nere fino alla fine delle feste in onore della Sirena Parthenopes che si svolgeranno a partire dal decimo giorno dal solstizio estivo nel mese di Ecatombeone (Ἑκατομβαιών, luglio). Una sera, dopo aver ripulito e risistemate le navi, i Focei accendono un fuoco sulla spiaggia di Parthenopes per compiere un olo- causto in onore di Leucotea. Alla fine del rito, arrivano sulla spiaggia i cittadini più importanti della città e si siedono intor- no alla brace, in cerchio, insieme ai Focei.
Ermocrates chiede a Timesios e ad Anaxagoras, due fra i più importanti cittadini di Parthenopes, ragguagli sul luogo in cui si trovano e il motivo della scelta di tale luogo.
Timesios (recita): “Esistono dei luoghi del tutto particolari nei quali spira un certo soffio divino e sono dimora assegnata

ai demoni16 i quali possono accogliere favorevolmente o anche in modo ostile i loro nuovi abitanti»17.
Poi, racconta: “Quando il padre di mio nonno e i suoi com- pagni giunsero da queste parti, molti erano presi dalla paura, si facevano i nomi di mostri terribili, Ciclopi, Empuse, Sirene.
Da lontano avevano avvistato una piccola isola, vinsero le loro paure e sbarcarono. Li guidavano due uomini Megari- stes ed Ippocle, di Calcide Euboica. Chiamarono l’isola Me- garis in onore di Megaristes che per primo aveva toccato terra. Erano soli, tutti uomini, se fossero riusciti a sopravvivere,
sicuramente si sarebbero, comunque, estinti.
A poche centinaia di metri, sulla terraferma, notarono un colle, sembrava la rupe che cercavamo su indicazione di Apollo. Sui suoi fianchi si aprivano grotte rivolte verso il mare do-
ve sorge il Sole in estate.
Alcuni di loro si arrampicarono sulla rupe fino quasi alla sommità dove trovarono un pianoro di tufo.
Poi, notarono una grotta più grande rivolta anch’essa a levante.
Si guardarono in viso l’un l’altro per farsi coraggio, la stanchezza e la paura li spingevano a tornare indietro, verso le navi e i compagni.
Ma nonostante il profondo timore, con le armi in pugno entrarono nella grotta.
La paura appesantiva le gambe, il respiro si faceva sempre più affannoso, dal fondo oscuro della caverna provenivano ru- mori spaventosi.
Tornarono subito indietro e si diressero verso una zona fit- tamente alberata, l’attraversarono e si trovarono di fronte ad una costruzione su un basamento in pietra, con muri di mattoni e con un tetto di canne, sostenuto da pali.
All’interno c’era una cella con un simulacro in legno di Afrodite Urania, la protettrice dei naviganti.

16 Divinità inferiori (δαίμων).
17 Platone, Le Leggi.

Nei pressi del tempio notarono, poi, una fonte di acqua pu- ra e un tempietto (ναΐσκος) con una statuetta di argilla raffi- gurante un rapace con la testa di fanciulla.
Bevvero l’acqua della fonte, non avevano più paura. Presero i due simulacri e tornarono dai compagni.
Decisero di restare e edificare proprio sulla rupe le loro abitazioni.
Dopo qualche tempo, scoprirono che il territorio non era disabitato.
Nella pianura alle spalle della rupe, c’era una popolazione di Opici con la quale riuscirono ad avere i primi contatti e co- minciarono a scambiarsi delle merci.
E furono fortunati perché fra di loro c’erano alcuni discen- denti di Greci di Cuma che erano giunti qui, molti anni prima e si erano fusi con la popolazione locale.
I nostri antenati avevamo vasellame, stoffa e oggetti in me- tallo; gli indigeni avevano prodotti della terra e animali: fu facile trovare accordi.
Ma non avevamo donne, gli indigeni invece ne avevano molte e non erano disposti a cederle.
Riuscirono a rapirne alcune.
Vi fu un periodo di scontri, vendette e uccisioni. Bisognava trovare un accordo ad ogni costo.
In cambio di altre donne e della fine delle ostilità, offri- rono altri tessuti, altro vasellame, vasi di bronzo e specchi d’argento.
L’accordo, alla fine, fu raggiunto e gli indigeni, oggi, an- cora vivono pacificamente con noi.
In gran parte, i nostri antenati venivano da Rodi e cerca- vano solo un punto di appoggio per il commercio e questo luo- go, provvisoriamente, fu scelto per la sua posizione contro gli attacchi nemici.
Infatti, è sicuro alle spalle, per l’impervia collina alla qua- le si addossa l’abitato e davanti c’è il mare.
Poi, è protetto ai lati da due profondi canali che portano al mare le acque che scendono dalle alture.

Ma, la bellezza dei luoghi, l’abbondanza d’acqua e la con- vivenza pacifica con gli indigeni, li convinsero che fosse pro- prio questo il luogo indicato Apollo.
Decisero, allora, di restare per sempre qui”.

Si parla, poi, a lungo dei pericoli della navigazione, di mo- stri marini e si raccontano storie di marinai.

Anaxagoras: “Quelli che sono venuti qui prima di noi sono Opici e raccontano che questi luoghi erano disabitati e ino- spitali, il mare infestato dalle Sirene e la terra dalle Empuse18. Raccontano che, quando Ades con il suo cocchio rapì Per- sefone in Sicilia, trascinandola negli inferi mentre in compa- gnia di alcune fanciulle raccoglieva fiori presso il lago Per- gusa, Demeter Sirias (La sibilante), infuriata distrusse alberi, messi e orti di mezza Sicilia e mutò in uccelli dal volto di ver- gini le compagne di giochi della figlia, perché non le avevano
portato aiuto quando Ades l’aveva rapita.
Uscite in volo dal cratere dell’Etna, dopo una breve sosta sulle rocce della Sicilia, le fanciulle-uccello si trasferirono nel Tirreno in un’isola rocciosa che chiamano Antimoessa e su delle isolette e delle rupi a picco sul mare.
Come creature della morte, sacre a Demeter Sirias, furono dette Sirene ed erano otto: Parthenopes, Ligea, Molpes, Aglao- feme, Telxiopes, Pasinoe, Teles, Raedne.
18 Empusa (greco: Έμπουσα, Empousā) letteralmente significa “co- lei che s’introduce a forza”. Le Empuse, figlie di Ecate, dette anche Ca- gne nere, si muovono ad una velocità fulminea, assumendo l’aspetto di cagne o di vacche.
Se, invece, assumono l’aspetto di bellissime fanciulle, seducono chiunque trovano sul loro cammino. Entrano a forza nelle case di notte o durante la calura estiva pomeridiana e costringono i maschi a sfian- canti amplessi fino a provocarne la morte.
Rapiscono i bambini per nutrirsene o li allevano per farne degli as- sassini.

Esse si servivano del canto, di un suono di dolcezza inau- dita, per attirare i naviganti che erano talmente ammaliati che abbandonavano le navi e si tuffavano in mare per raggiungere sugli scogli le incantatrici le quali, poi, li straziavano con gli artigli, li ributtavano in acqua e li lasciavano annegare.
Si dice fu Ecate (Ἑκάτη) a sentire le grida disperate di Per- sefone, rapita da Ade presso il lago Pergusa e portata negli Inferi, e fu sempre lei ad avvertire Demeter di quanto era ac- caduto.
Ecate, la regina degli antri, delle fiere e delle foreste sel- vagge aveva affidato queste terre alle figlie, le Empuse.
Da queste parti, se qualcuno scampava alle Sirene, giunto a terra, prima o poi finiva vittima delle Empuse.
Ma, Afrodite Urania, impietosita per il destino delle fan- ciulle diventate Sirene, le volle liberare dal maleficio di De- meter.
Le Sirene, ridiventate bellissime fanciulle, giunte a riva di notte, attirarono con le loro voci le Empuse ed Afrodite Urania con la sua luce le abbagliò e le stordì.
Le fanciulle le legarono e la Dea, dopo averle sollevate in aria le trasportò al largo, là dove il mare è più profondo, poi le lasciò cadere in acqua e le spinse dentro il magma di un im- menso vulcano sottomarino19*.
Ma sempre secondo il racconto dei primi abitanti di questi luoghi, prima dell’arrivo di Afrodite Urania, le Empuse sareb- bero riuscite a uccidere la sirena Parthenopes e a straziarne il corpo.

19 Nel Tirreno meridionale, a circa centoquaranta km. a nord della Sicilia e a circa centocinquanta km. ad ovest della Calabria, si trova il vulcano Marsili che con i suoi settanta km. di lunghezza e trenta km. di larghezza è il più esteso vulcano d’Europa.
Il monte si eleva per circa tremila metri dal fondo marino, raggiun- gendo con la sommità la quota di quattrocentocinquanta metri al di sotto della superficie del mar Tirreno.

In realtà, il corpo della sirena morta non è stato mai tro- vato in nessun luogo.
I nostri antenati, quando vennero a conoscenza della triste vicenda della sirena Parthenopes, decisero di consacrare la città che stavano costruendo alla sfortunata sirena e di dare ad essa il suo nome.
Poi nel luogo dove, secondo la tradizione sarebbe stata uccisa, eressero un cenotafio, una tomba vuota, per onorarne la memoria e il coraggio.
Per noi, Parthenopes è viva e spesso si manifesta come canto dolcissimo e forte odore che proviene dal nostro mare lucente.
Ecate e Demeter, chiesero vendetta a Zeus per la fine delle Empuse.
E Zeus, non potendo nulla contro Afrodite, figlia di Ura- nos, il dio dei Cieli, punì a modo suo solo le Sirene costrin- gendole a mangiare i frutti del melograno di Ades ed esse caddero in un sonno simile alla morte.
Le sirene conservarono la facoltà di emettere il loro canto ma non più per sedurre con la promessa di una felicità letale come l’acqua del molle cielo subacqueo.
Il loro canto diventa un dono degli Dei sacro e terribile (aidoiòs kai deinòs) per tutti gli esseri dalla vita effimera, un suono che attira ed atterrisce, sonorità del divino, armonia di- vina20.

20 Nel libro X della Repubblica, Platone narra il mito di Er, un guer- riero della Panfilia morto in battaglia.
Posto sul rogo, mentre stava per essere bruciato, si rianimò e rac- contò quello che aveva visto nell’aldilà.
Le anime possono reincarnarsi in corpi di animali o di uomini, la loro scelta è determinata dalla propria personalità: i malvagi sceglie- ranno i corpi di bestie feroci, invece i buoni saranno ancora uomini o animali mansueti.
Dopo la scelta, ciascuna anima torna nel mondo terreno. Una luce simile all’arcobaleno tiene insieme tutta la circonferenza del cielo, alle cui estremità è sospeso il fuso di Ananke, la divinità che rappresenta la

Afrodite affidò i corpi delle Sirene alle correnti del mare di modo che fosse la sorte a farle approdare nei luoghi che, per la loro presenza, sarebbero diventati splendidi come i paradisi immaginari dei naufraghi.
Appena toccata terra, ogni sirena diventò un alberello di melograno di Ades, che spunta nel giorno più caldo dell’estate in sette luoghi diversi.
Questo melograno in poche ore cresce, fiorisce, dà frutti maturi e prima di sera è già secco e privo di vita.
Se vi rimettete in mare e se sarete fortunati troverete anche voi la terra di una Sirena”.

Alcuni giorni dopo, iniziano i riti in onore delle loro divi- nità.
I Partenopei compiono riti sacri sulla tomba di Partheno- pes, accanto ad un piccolo tempio all’interno del quale c’è una statua in terracotta della Sirena Parthenopes, seduta in trono con la mano sinistra poggiata su un ginocchio, la capigliatura, bipartita al centro del capo, disposta ad onde sulla fronte e la mano destra aperta e protesa in avanti come per fermare i ne- mici.
Intorno alla Sirena si dispongono i capi delle fratie, i sacer- doti e otto vergini che offrono con un kylix di argilla libagioni, prima di miele e latte, poi di vino dolce, la terza d’acqua: poi, spargono con una phiàle, anch’essa di argilla, bianca farina.
Il liquido è sparso sull’altare e sulla tomba della sirena.
Poi le vergini consegnano la Phiale e il Kylix al sacerdote che li frantuma sulla pietra dell’altare e i frammenti, raccolti

Necessità o il Destino ineluttabile, per mezzo del quale girano tutte le sfere celesti. Il fusaiolo, che è il contrappeso che mantiene a piombo il fuso, è formato da otto sfere concentriche, una dentro l’altra, e ruotanti in direzioni opposte sull’asse del fuso. Gli otto cieli concentrici sono: stelle fisse, Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, Sole e Luna.
Su ogni sfera sta una Sirena, che emette un’unica nota, un partico- lare suono acuto.
Questi suoni tutti insieme producono un’armonia divina.

dai capi delle diverse tribù (gruppi familiari, phylē, fratie) ven- gono deposti in dei fossi profondi scavati nel terreno e imme- diatamente ricoperti.
Il giorno seguente, prima del calar del sole, i Partenopei si recano in un una caverna sulla collina e compiono sacrifici per Afrodite21 Phōsphóros, “portatrice di luce”, e le offrono il “frutto di un parto” (tókos), un animale da poco nato; subito dopo le è consacrata anche l’offerta dell’amphiphōn, una par- ticolare focaccia rituale decorata con piccole fiaccole disposte in cerchio tutt’intorno, portata lungo la spiaggia nella notte.
Il rituale si conclude all’alba, quando la luna calante ad oc- cidente e il sole nascente ad oriente sono entrambi visibili in cie- lo in modo da renderlo «doppiamente luminoso»: amphiphōs.
Nella guerra contro le Empuse, era in gioco il destino e la sopravvivenza della comunità nella sua totalità, perciò Afrodite Phōsphóros è detta anche dominatrice e salvatrice, Hēgemónē e Sóteira.
La commemorazione della vittoria sulle Empuse è parte integrante della cerimonia e prevede lo svolgimento di una lampás, “gara con le fiaccole”, compiuta dagli efebi dei diversi gruppi familiari, e successivamente di una naumachìa rituale. La lampadodromia è una gara e un rito religioso che con- siste in una corsa durante la quale gli atleti (λαμποδηφόροι)
della stessa squadra si passano delle fiaccole.
Gli atleti che gareggiano sono quaranta (otto partecipanti per ognuna delle cinque tribù in cui è divisa la popolazione) e

21 Non deve sorprendere che Afrodite, nata dal mare, dea dell’amo- re, della sessualità e della fertilità, è associata ai marinai. Afrodite è considerata una dea del mare per la potenza di calmare i mari e con- sentire un viaggio sicuro per i naviganti.
Una serie di epiteti di Afrodite si riferiscono al suo ruolo come una dea che protegge la navigazione: Soteria (salvatrice), Euploia (buona navigazione), Pelagia (protettrice dei marinai) Pontia (del mare), Li- menia, Epilimenia (protettrice dei porti).
I suoi santuari spesso sono situati nei pressi del porto come a Locri Epizephyroi, a Egina e a Naucratis.

le cinque squadre si dispongono sulla linea di partenza ad una certa distanza l’una dall’altra.
Durante la gara la fiaccola è afferrata con la mano sinistra e tenuta con la destra.
La corsa parte dall’agorà della città e si conclude alla tom- ba della sirena Partenopes, per un percorso di circa mille metri. Il vincitore è quello che per primo accende il fuoco sul-
l’altare della divinità.
I corridori gareggiano nudi ed hanno sul capo una corona composta da una fila di penne dritte.
La torcia è composta da un manico intorno a una larga can- na dentro la quale sono fissati rami secchi di piante resinose, legati strettamente in fascio.
Il premio per la vittoria consiste in un’anfora d’olio.
Tutti i corridori della squadra o catena vincente contribui- scono parimenti alla vittoria22*.
La lampada dell’atleta vincitore viene consacrata alla di- vinità.
Poi, comincia una solenne processione, a cui prende parte tutta la città e che si conclude con la consegna alla dea del man- tello finemente tessuto da dieci sacerdotesse con la rappresen- tazione della vittoria di Afrodite Urania sulle Empuse.
Il giorno successivo, le regate concludono i festeggiamenti. Per partecipare alla naumachìa rituale gli efebi devono es-
sere presenti nelle liste degli idonei al servizio militare.
Poi, vengono divisi in classi d’età, all’interno delle quali le prime due composte dai più giovani (neōtatoio ephēboi) e le altre da quelli più avanti negli anni (presbytatoi).
Nel corso della gara gli efebi compiono il periplo dell’iso- letta Euplea (isola di Gaiola) a bordo di imbarcazioni sacre (en taîs hieraîs nausín) e poi si dirigono verso Megaride per con- frontarsi con gli abitanti dell’isola in una grande gara di corsa (makròn drόmon).

22 “Questo dei lampadefori è il lavoro: che si succedono uno dopo l’altro, al primo e all’ultimo la vittoria spetta” (Eschilo, Ag. 314).

Infine, dopo essere arrivati al trópaion23 della vittoria in- nalzato nel punto più alto dell’isola, si celebravano i sacrifici per Zeus Tropaíos, “arbitro delle vicende umane”, per la dea Partenope e per il gruppo dei Megáloi Theoí , i Cabiri, che “per primi scoprirono la navigazione”.
I Focei, dopo le feste religiose partenopee, lasciano passare alcuni giorni, poi decidono il da farsi.
Alcuni di loro vorrebbero restare, ma, spinti da Ermocra- tes, andranno di nuovo in cerca del luogo indicato dall’oracolo. Si mettono in mare per andare verso le isole pontine, ma il mare in tempesta li spinge verso le coste della Corsica, dove
ad Alalia c’è una colonia focea.
Vi restano più di due anni. Alcuni Focei rifiutano di seguire Ermocrates. L’equipaggio di due navi decide di restare ad Ala- lia. Altre due navi focee si dirigono a nord, in direzione della città focea di Massalia.
Molti anni prima, infatti, alcune pentecontere focee erano approdate nel tratto orientale del golfo dove si trova la foce del Rodano, territorio abitato dai liguri Segobrigi. Il loro re, Nanno, aveva una figlia in età da marito,Gyptis, e aveva orga- nizzato, secondo tradizione, un banchetto nuziale al quale era stato invitato un gruppo di coloni greci di Focea, guidati dai giovani e forti capi Simos e Protis, accompagnati dalla nobile matrona di Efeso Aristarché, sacerdotessa della Dea Artemide. La tradizione voleva che la fanciulla scegliesse liberamente il proprio sposo tra i convitati.
Il re Nanno chiese alla figlia, secondo l’usanza, di porgere l’acqua al giovane che preferiva sposare e la scelta cadde sul giovane Protis.
Il re dei liguri Segobrigi assegnò allora alla coppia della terra per fondare una nuova città, a cui daranno il nome di Mas- salia.
Alla morte di Nanno, Massalia era già grande e prospera.

23 Il luogo esatto dove secondo la tradizione furono sconfitte le Em- puse.

Ermocrates, intanto, con le rimanenti sedici navi va alla ri- cerca del luogo sacro facendo rotta verso una terra non troppo lontana da Partenope.
Dopo alcuni giorni di navigazione, avvistano la terra.
Muovendosi lungo la costa, i Focei scorgono un promontorio con un’insenatura che sembra essere un buon riparo per le navi.
Decidono di fermarsi.
Sono arrivati nel luogo che in seguito sarà chiamato Palinuro.
Il mare è calmo.
I marinai avvicinano il più possibile le navi alla riva, get- tano le ancore e scendono sulla spiaggia.
Sono presi da una gioia incontenibile, si tuffano dalle sco- gliere, raccolgono frutti dalle piante del luogo, si abbracciano.
Il giorno dopo, mentre gli altri marinai vanno in cerca di cibo e di acqua, Ermocrates, insieme ad un gruppo di compagni, va ad esplorare la zona.
Per prima cosa salgono sul punto più alto del promontorio alla ricerca del luogo dove cominciare provvisoriamente a stabilirsi.

Autore: CIRO ASPROSO

Lettera per Paolo Sorrentino. Lettera 361.

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