Lettera per Ferzan Ozpetek
Lettera aperta di Francesco Olivieri a Ferzan Ozpetek
“Un altro modo per spiegare l'inclusione”
9 ottobre 2025,
Buongiorno Ferzan Ozpetek,
un giorno mi trovavo in trasferta per lavoro a Milano, all'Hotel Enterprise, in corso Sempione.
In pausa pranzo ho chiedo alle regazze a cui stavo facendo formazione dove poter andare a mangiare; un locale semplice dove consumare un pasto veloce.
Una delle due mi consiglia di arrivare all'incrocio, attraversare e girare all'angolo. Concedo sempre una prima possibilità ai consigli e dopo pochi minuti sono davanti alla porta di un bar con tavola calda.
Mi accoglie una ragazza solare dalla riccia chioma rossa, con grandi occhiali ma soprattutto gran sorriso. Mi chiede gentilmente dove sedermi e io dopo qualche scambio di battute le indico il divano a parete, nel centro del locale; mi piace osservare le persone e da li c'era una visuale a 180 gradi.
Dopo alcuni suggerimenti da chi mi ha accolto con tanta ospitalità, ordino delle patate al forno (ogni volta che le vedo non resisto) e una piadina al crudo e fontina che viene preparata sul momento. A questo punto manca solo il bere, e vista la giornata intensa (come ogni trasferta) opto per un calice di vino ... almeno una piccola soddisfazione. La ragazza a cui mi sono affidato mi propone un "Lugana" ma si accorge che il mio "ok" non è del tutto convinto e mi tira fuori "l'asso nella manica" ... un "Traminer". Bravissima ! mi piace un sacco ! vada per il Traminer !
Nell'attesa mi lavo un attimo le mani e poi mi risiedo al mio posto con "vista".
Noto subito che alla cassa c'è un ragazzo di origine asiatiche, e poco distante da lui, nella zona bar dietro il bancone, c'è una ragazza orientale dalla carnagione leggermente più scura. In entrambi i casi non mi spingo a indovinare l'origine esatta perché non potrei far altro che generalizzare. Anche perché parlano praticamente un italiano perfetto, senza particolari flessioni nella pronuncia. Dietro il banco invece dei piatti pronti c'è un uomo più adulto, potrebbe essere imparentato con il ragazzo alla cassa.
La mia cameriera preferita, alternandosi tra dentro e fuori, mi porta la piadina e nel frattempo un paio di persone dall'aria abbastanza distinta si sono fermate in piedi a prendere un caffé. Nel tavolino alla mia destra, accanto alla vetrina a parete, è seduta una bella ragazza dall'aria molto curata, sembrerebbe una modella se non fosse che veste con pantaloni e felpa molto coprenti. Comunque ha modi fini e chiacchiera con un tipo forse poco più grande di lei, vestito in modo pià metropolitano; lui con una birra e lei con un piatto di gnocchi.
Mentre degusto la piadina (sarà semplice ma dà sempre soddisfazione, specialmente quando il prosciutto crudo è quello buono) un sottofondo musicale garbato mi rilassa. Osservo le persone dentro il locale; sembrano diverse tra loro eppure tutti interagiscono ... alcuni forse sono persino clienti abituali perché percepisco una sorta di confidenza che esprime familiarità.
Continuo a mangiare, ogni tanto sbircio il cellulare (perché sul cellulare il lavoro mi perseguita sempre), e quando sorseggio il "Traminer" la piadina sembra ancora più buona e il lavoro sembra più sopportabile. Eh già, quanto mi piace questo vino ! E dire che io sono più da "rosso".
Quando ormai sono alla fine del mio pasto mi accorgo che nel locale "le carte sembrano essersi mescolate"; al bancone del caffè ora c'è un operaio ed una signora di classe con l'aria da funzionario pubblico (come minimo professoressa, ma potrebbe anche essere avvocato), mentre nel tavolino accanto a me c'è ancora la ragazza di priama ma con un altro ragazzo che forse fa parte dello staff del bar; nel frattempo il signore al bancone dei piatti pronti si è seduto in un tavolo li davanti, insieme ad un altro cliente, invece alla cassa è subentrato un uomo italiano. E' cambiato il "mazzo" tutti chiacchierano tra loro come prima.
Ordino anche io un caffé (però al tavolo) così mi godo ancora un pò quell'atmosfera spensierata mentre osservo gli altri personaggi della scena. Ed è proprio in questa atmosfera spensierata che mi si accende una lampadina. Potrebbe essere la scena di un film, un film sull'inclusione.
Di per sé non sembrerebbe un tema originale, oggi se ne parla molto, per le strade, nei palazzi, nei media. Eppure in quella mezzora io l'ho vista in una maniera che ancora non credo sia stata raccontata.
Finora quando si parla di inclusione si tende ad esprimere concetti come "vogliamoci tutti bene", "dobbiamo convivere", "siamo tutti uguali" ... Principi tutti onorevoli ma a volte troppo idealistici.
Io vorrei estendere questa visione in un'ottica più ampia, in cui l'inclusione passa anche dall'indifferenza. Attenzione ! non mi riferisco al significato negativo del termine, ovvero quello di girarsi dall'altra parte e non considerare. L'indifferenza che intendo io è quella che non nota le differenze; tutti siamo diversi, tutti siamo speciali e quindi tutti siamo uguali ... perciò l'uguaglianza è sinonimo di differenza e l'inclusione passa dall'indifferenza verso le differenze.
Nella cinematografia l'inclusione quasi sempre è affermata attraverso storie d'amore o amicizie speciali ... ma questo sembra confinare l'inclusione alla esistenza di un sentimento. Io credo invece che a volte sia utile mettere da parte il sentimento; ad esempio, quando in una situazione difficle hai bisogno di chiedere un consiglio trovare una persona non coinvolta può aiutare a prendere una decisione migliore, in quanto totalmente disinteressata, imparziale, universale.
Io sono rimasto affascinato nel vedere come quelle persone diverse tra loro interagivano al bar con totale naturalezza e comunanza, e una volta uscite ognuna a prendere la propria direzione per tornare alla propria vita. Non occorre volersi bene, non occorre far parte della stessa vita per annullare le barriere. In quel momento mi sentivo comunque parte della scena, in mezzo al gruppo.
Non so se in così poche parole sono riuscito ad esprimere la mia idea, ma mi è sembrato un buon spinto di partenza. Immaginando tutto in un film mi viene da pensare ad un insieme di piccole storie (ogni personaggio ha la sua, come ad esempio ne "Il favoloso mondo di Amélie") che per un attimo si incrociano in quel bar, tra una breve chiacchierata e qualcosa che per un istante che li accomuna (può essere il caffé, una pizza, un biglietto gratta e vinci, il giornale da sfogliare sul tavolo ... ) senza che ci facciano neppure caso.
Magari mi sono fatto un totale viaggio mentale, ma per certi argomenti vale sempre la pena tentare; non ho altre mire ... solo condividere quell'ispirazione che mi ha suscitato quella mezzora in quel bar. Quando sono andato a pagare non ho potuto fare a meno esprire anche loro il buon umore che mi avevano suscitato, li ho ringraziati ... inclusa la mia cameriera preferita. Persino in hotel ho ringraziato la ragazza che mi aveva suggerito quel posto e lei è stata contenta della mia contentezza che le ho inoltrato.
A questo punto, prima di concludere il mio racconto, "fatto 30 faccio 31". Ho pensato anche ad un titolo: "Blond ambition". Questo titolo ha due riferimenti: innanzitutto il bar si chiama "Blond", e in secondo luogo "Blond ambition" è stato una dei tour di Madonna, negli anni novanta, per promuovere l'album "Like a prayer". Più inclusivo di così !
Autore: Francesco Olivieri
Lettera per Ferzan Ozpetek. Lettera 190.
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