Lettera per Gabriele Salvatores

Lettera aperta di Chaibia a Gabriele Salvatores
“Essere figli”

1 febbraio 2021,

Buongiorno Gabriele Salvatores,

mi prendo la libertà di darti del tu creandomi questo fantastico immaginario, come se fossi curioso di ascoltare la storia della mia vita. Ho sempre sognato, ho da sempre usato l'immaginazione per evadere dalla realtà e la speranza ha sempre tenuto viva qualunque idea di realizzazione, seppur lontana negli anni. La speranza ha tenuto vivi quei sogni seppelliti dal principio.
Mi sono chiesta nel corso dei miei anni quale fosse la ragione della mia esistenza. Ho cercato incessantemente segnali che potessero indicarmi la strada giusta da percorrere, i pensieri giusti da fare, di colmare la rabbia che avevo insabbiato nel profondo più buio della mia anima. Vorrei poter urlare fino a perdere la voce, vorrei non svegliarmi più perché il dolore è assai più forte di qualunque ragione per vivere.
Non ho più le forze di rialzarmi, le braccia pesano, le gambe fanno così male che vorrei staccarlo a morsi, la testa mi pesa così tanto da desiderare di rinascere nuovamente per potermi costruire una vita diversa. Qualcuno una volta mi disse che dopo ogni ora buia, la luce sorge sempre. Questa luce non è mai sorta, non ho mai potuto godere a pieno della mia vita, non ho mai potuto essere libera dal dolore.. E allora mi chiedo che senso ha tutto questo?

L`alchimista di Paolo cohelo mi ha insegnato che ognuno di noi può raggiungere ciò che sembra impossibile e la legge universale non distingue per origini, colore di pelle o stato di appartenenza, tutti possiamo trovare il nostro tesoro.

Si, tutto vero finquando non devi trovere le energie di andare avanti.

Avrei mille ragioni per nn lasciare questo mondo, ma un milione per dimenticarlo.

Chiudo gli occhi. Mi tuffo nel mare dei ricordi mentre cerco, quasi disperatamente, le fotografie di quella bambina che sognava grandi cose.
Quei ricordi repressi, sepolti nell'inconscio più profondo, riaffiorano dando luogo a un'esplosione di immagini che raccontano storie confuse, storie che abitano ancora dentro di me, da qualche parte.
Quelle immagini parlano di una bambina che non amava parlare, anche se io in quel silenzio percepivo un rumore assordante, lo stesso rumore che mi travolge oggi, mentre leggo di lei nei libri ancora chiusi e dimenticati nella parte più buia della mia mente o forse del mio cuore.
Aveva compiuto 10 anni da pochi giorni quando lasciava il suo paese di origine.
Esistono tante ragioni per le quali un soggetto, o una massa, decide di lasciare la propria terra bussando alle porte di un altro Stato. Cosi come sono gli infiniti modi di bussare alle porte di un paese Straniero. C'è chi emigra per ragioni politiche, chi per ricongiungimento famigliare, chi scap
scappa dalla fame, chi desidera un futuro migliore per i propri figli, chi per fama, chi per inseguire un sogno. C'è chi bussa scendendo da un areo, chi a digiuno a bordo di un gommone, chi rinunciando alla propria identità aspettando un'alba migliore, chi con un'auto di lusso. E ancora chi a piedi nudi sotto i tunnel dove l'unico contatto con la realtà è, molto probabilmente, lo stridio delle ruote che scorrono chiassose sui binari o il suono delle sirene che annuncia il passaggio di un treno. Quel rumore, per qualcuno, significa sentire ancora il rumore della vita.
Certo non tutti chiedono il permesso, ma questa è un'altra storia.
Possono cambiare i contesti, le modalità, i luoghi e talvolta i tempi, ma esistono precisi elementi comuni a tutte queste persone; indipendentemente dal come o dal perchè, indipendentemente dalla razza, indipendentemente dalla stato sociale di appartenenza, TUTTI hanno lasciato qualcosa nel proprio paese. Un pezzo di Sé, un pezzo di vita che per qualcuno diverrà cenere, per altri invece resterà indelebile nell'anima per tutti gli anni a venire.

Di quella bambina ricordo la numerosa famiglia di cui spesso narrava esaltata e con orgoglio. Di quella terra lontana le mancava l'odore del pane appena sfornato, l'attesa all'hammam, le stradine polverose, i negozi di spezie, il souk della Vecchia Medina. I taxi rossi, il grande fiume, l'infinito ponte per andare a casa della nonna, gli amici Europei, le patate fritte in casa, il succo di pomodoro, la campagna dei cugini, l'orto del nonno, il denso latte appena munto, le piante dei fichi, il profumo dei peperoni appena raccolti, il cibo di strada, il cortile di casa, le feste di paese, i concerti affollati, le biglie, un elastico, il cielo azzurro, il mare impazzito, i tuffi in acqua, le impetuose onde che esaltavano l'oceano, il costume piccolo, le scarpe consumate.

Laggiù...la pioggia aveva un sapore diverso perché quando pioveva si sentiva l'odore della terra; ci si addormentava cullati dal ticchetio della pioggia che picchiava sui tetti. Altre volte ballavamo sotto l'acqua rincorrendo le gocce di quella pioggia che aveva ancora un sapore di libertà.
In quei deserti campi dove il sole bruciava ardente dando un senso a quelle anonime distese di terra, i bambini giocavano con l'unico mezzo a loro disposizione: sognare. Con i sassi costruivano il perimetro delle imponenti case occidentali, di cui sognavano fingendo di abitarci. Ognuno di loro ricopriva un ruolo ben preciso. Qualcuno puliva, chi cucinava, chi accudiva i piu' piccoli. Non c'erano giocattoli, altalene o giostre, solo l'immaginazione. L'aria sapeva di un profumo intenso, sapeva di cioccolato fondente quando i sogni portavano quei bambini a rincorrere gli aquiloni lungo quei campi spogli; non c'è niente di più bello di chi sa sognare ... i sogni non hanno limiti in mezzo a quei campi.
Negli occhi di quella bambina vedevo quei campi immensi e fioriti, incorniciati da decine di colori che si alternavano armoniosamente dando luogo a tramonti che lasciavano letteralmente senza fiato, quella luce che vedrò nei suoi occhi quando un giorno mi chiederà:
'Un pessimo punto di partenza per una bambina che sognava in grande?'

No'. Le risponderò.
'Sognare è anticipare il futuro attraverso la mente immaginando chi saremo da grandi. I sogni sono di coloro che vedono il mondo a colori. I sogni sono di chi impara a ballare sotto la tempesta anche quando questa colora di grigio l'aria.
I sogni appartengono a quei bambini che vedono un disegno oltre i confini dell'oceano. L'orizzonte finisce dove inizia la loro immaginazione, laggiù dove i sogni non hanno colore, non hanno forma, non hanno padroni, non hanno una lingua; laggiù dove i sogni ci rendono uguali e liberi'.

Mi bastava guardare quella bambina per capire che si può sognare in grande, sempre.

Le righe che hai appena letto fanno parte del libro della mia vita, quel libro che scrivo da 24anni,cercando di dare un senso alle mie giornate. La scrittura mi ha sempre aiutata a trovare quella ragione per la quale vale sempre la pena rialzarsi la mattina e continuare a sognare.

Ricordo le parole di una maestra delle scuole elementari, una grande maestra. Mi disse che avrei fatto grandi cose nella vita, che ero speciale e che avrei aiutato gli altri ad essere felici. Mi sono sempre aggrappata a questa frase autoconvincendimi che anche io potevo essere qualcuno anche se sono figlia di nessuno e di alcuna patria perché si l Italia mi ha ospitata ma le sue istituzioni mi hanno sempre denigrata, il mio paese natale si dimenticò di me quando ebbi bisogno di essere riconosciuta come marocchina. Cionostante ho un nome e una vita da raccontare. Una lunga vita da raccontare. Sarebbe magnifico poter raccogliere tutte le testimonianze della mia generazione e trarne un film perché chi lascia un paese in età infantile, vivrà prima o poi un dilemma che lascerà punti interrogativa indelebili quando ci si trova di fronte a uno specchio. Vivere da Straniero o essere lo straniero?


Si mi rendo conto che probabilmente i miei messaggi non verranno mail letti, ma ho sempre creduto nell 1% di possibilità perché nella mia vita ho sempre avuto solo Quell 1 a cui aggrapparmi.

Sarebbe bello poterti raccontare perché mi aiuterebbe a sentirmi viva e daresti un valore alla lotta che vivo contro la sclerosi multipla, contro quei pilastri che mi hanno sempre vista dall alto con disprezzo semplicemente perché marocchina, semplicemente perché malata, semplicemente perché donna.

Autore: Chaibia

Lettera per Gabriele Salvatores. Lettera 177.

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