Lettera per Michelle Hunziker
Lettera aperta di Maria a Michelle Hunziker
“La mia storia di abusi e stupro ”
6 settembre 2024,
Buongiorno Michelle Hunziker,
La mia storia per aiutare tante ragazze che come me hanno subito violenze e stupro.
Ti prego di leggere la mia storia affinché il giorno in cui il mio cuore sente ancor più forte di oggi, il desiderio di smettere di battere per sempre, qualcuno conosca i miei assassini.
È difficile scrivere quello che sto per raccontarti, la mia mano mi trema, gli occhi colmi di lacrime che mi rigano il viso, ma il mio cuore, il mio corpo e la mia anima, mi stanno dicendo: “ti prego racconta quello che ci hanno fatto, forse solo così troveremo pace e ci libereremo dalle catene in cui siamo prigionieri da 36 anni “. Vi chiedo umilmente perdono per gli errori di calligrafia e grammaticali, ma in questo momento non riesco ad essere attenta a come scrivo, perché sto provando ad aprire una voragine che è in me, chiusa per anni. Non posso nemmeno rileggere quello che scrivo, perché se rileggo la paura cresce in me e mi fa richiudere.
Avevo 7 anni quando mi hanno uccisa la prima volta, quando qualcuno di 24 anni ha iniziato a toccarmi, a obbligarmi a fargli delle cose sul suo corpo, a picchiarmi se non lo facessi.
Ricordo ancora la stanza in cui mi portava, la sua camera, ricordo ogni suo movimento, quando mi tirava il braccio o per i capelli dirigendomi verso le sue parti basse.
IL suo nome? Fabio. Come mai mi trovavo li? Perché mia madre si faceva i capelli dalla sorella di questa bestia, lei si chiama Sabrina. Vivevano entrambi con i loro genitori di fronte al nostro appartamento, nelle case popolari di San Giorgio del Sannio, le Bosco Lucarelli. Mia madre perché non interveniva? Glielo chiesi prima che morisse 5 anni fa, all’età di soli 60 anni, dopo che per 30 anni che non gli ho parlato per altre cose successe e che vi racconterò. Lei, quel giorno in cui glielo chiesi, mi rispose: “che non se n’era mai accorta, e che se l’avesse visto sarebbe intervenuta; ma come fai a non vedere tua figlia che viene presa per mano o per il braccio e diretta in un’altra stanza, diversa da quella in cui sei tu, madre? Come fai a stare tranquilla quando i tuoi occhi non vedono davanti a sé che la sua bambina non c’è più? Io, quel giorno mi feci bastare, se per cosi si può dire, la sua risposta, forse perché era stata colpita da ictus, e questo fu anche il motivo che mi spinse a riparlarle e vederla dopo 30 anni.
Ma ancora oggi quella risposta la vorrei avere, vorrei sapere perché non mi ha protetta, vorrei sapere perché un giorno lei mi disse: “che era meglio avere una figlia morta che avere me”, vorrei sapere perché invece di rimboccarmi le coperte, mi obbligava ad accompagnarla di sera e notte, dal suo amante? Non mi basta sapere che usava me per non farsi scoprire dal paese, anche perché tutto San Giorgio del Sannio sapeva che tradiva mio padre; A me non interessa perché lo tradisse, a me interessa sapere perché mi ha esposta così tanto al pericolo? Cosa le ho fatto io di male? E perché non mi ha voluta credere, anche se le mie gambe erano sporche di sangue, i miei vestiti strappati, il mio viso da bambina, quella che ero, sporco di terra e lacrime? Perché non mi ha voluto credere che quella sera, l’ennesima in cui l’accompagnavo dal suo amante e che mi faceva scendere dalla macchina, in un posto buio, mi hanno uccisa per la seconda volta? Porto ancora i segni di quel crimine, quelle mani le sento ancora sul mio corpo ogni secondo della mia giornata, anche se sono passati 35 anni, sento il loro odore, il loro sudore, la loro forza fisica nel penetrarmi; il mio corpo di solo 8 anni era paralizzato, come dice il mio psicoterapeuta, ero andata in freezing.
Era molto buio quella sera, era il giorno del mio compleanno; appena tornai da scuola, mia madre mi fece mangiare mortadella con l’aceto e mi obbligò subito ad andare in una cabina telefonica per telefonare il suo amante affinché quella sera dovevano incontrarsi. Finita la telefonata tornai a casa e tornai a giocare con la mia unica bambola, una barbie non originale. Io non sapevo che mia mamma era malata, aveva una malattia mentale, purtroppo non lo sapeva nemmeno lei, io l’ho scoperta dopo la sua morte; Non sapevo che quando lei aveva 14 anni, perse suo padre, e voleva buttarsi dalla finestra; Non sapevo che quando mia mamma era piccola, suo padre la fece visitare e volevano rinchiuderla in un manicomio, ma suo padre non volle; l’unica cosa che sapevo è che sia sua madre che tutte le sue sorella la incolpavano per la morte di suo padre; Infatti quando andai nella camera mortuaria, aveva un viso disteso, che non aveva mai avuto, io la vedevo nelle foto, quando i miei nipoti si sono fatti la comunione e la cresima, dove appunto io non andavo per non vederla. Io sinceramente, il giorno in cui sono andata a trovarla dopo che lei ha avuto l’ictus, anni fa, le dissi che la perdonavo, ma sinceramente non so se l’ho mai perdonata, forse se avessi saputo prima della sua condizione mentale, forse sarei riuscita a giustificare certi suoi comportamenti e odio nei miei confronti. Il giorno dopo del suo funerale, ebbi una telefonata, era la sorella di mio padre, un’altra persona che mi ha fatto solo del male, dove mi diceva che quello che mi disse quando le raccontai che tre uomini mi stuprarono la sera del mio compleanno, quando accompagnai mia madre dal suo amante, non furono mandati da mia madre come lei mi disse, ma volevano andare a letto con mia madre e sentendosi rifiutati, l’hanno voluta punire mia padre, violentando la figlia. Ma mia madre non mi ha nemmeno creduta, quando si vedeva palesemente che mi avevano fatto del male, che mi avevano toccata, avevo la gonnellina tutta stropicciata, sporca di terra e i capelli tutti arruffati, visto che sono stata presa per i capelli e trascinata fino verso una cascina; i loro volti non so perché non li ricordo, forse perché ero girata a pancia in giù, ma il loro odore non mi abbandona mai, quando chiudo gli occhi, pur essendo passati tutti questi anni, li vedo e li sento sul mio corpo, anche nel pomeriggio, quando provo a chiuderli, il mio corpo trema e mi assale la paura. Riesco a dormire solo con i farmaci costretta a prendere per colpa loro; Loro e altre persone mi hanno fatto del male e io pago le conseguenze. Per tanti anni mi sono data la colpa, anche quando i miei cugini, uno di 18 anni, dai miei 12 anni ai 16 anni venivano o a casa della sorella di mio padre, gli anni che mi ha tenuta perché mio padre non poteva mantenermi, e sia quando andai a casa da mio papà quando tornai ad abitare con lui, su Viale Spinelli, mi piegavano sulla scrivania dove io studiavano, o sul letto e mi penetravano. Ricordo anche quando loro mi chiedevano di ansimare, io ubbidivo. Ho sempre ubbidito, il mio corpo non è mai riuscito a ribellarsi, e per tanti anni ho sempre creduto che la colpa era mia, che meritassi tutto il male che ricevevo.
Ancora oggi mi chiedo perché tutto questo male a me, perché quel ragazzo di nome Fabio si è azzardato a toccarmi e a farmi fare certe cose sulle sue parti basse, perché mi abbassava le mutandine e infilava le sue dite dentro di me, perché voleva che gli aprissi i bottoni dei suoi pantaloni e poi prendeva la mia mano e la stringeva alla sua parte bassa, e pretendeva, mi obbligava che quella parte gliela stringessi e facessi fare un movimento avanti e indietro? Avevo solo 7 anni. E perché quelle tre bestie, mi hanno colpito alla testa, presa per i capelli e trascinata in quella casina e a uno a uno mi hanno penetrato fino a farmi uscire il sangue, mi toccavano il petto ancora non pronunciato, ridevano, mi leccavano il viso, la mia parte intima, le loro mani mi stringevano il collo e con tutta la loro ferocia spingevano la loro parte intima dentro me, fino a spargere le mie gambine del loro liquido seminale; Il mio corpo non si muoveva e anche se mi tenevano con le braccia incrociate stringendo i miei polsi, non si sarebbe mosso; come non si è mai mosso nemmeno quando mio cugino Repola paolo di 18 anni e suo fratello Francesco Repola, venivano a casa e mi piegavano sulla scrivania o sul letto e abusavano di me da dietro, e quando finivano il loro liquido lo sentivo uscire dal mio di dietro lungo tutta la parte posteriore della gamba, poi si vestivano e andavano via, lasciandomi sporca dentro la mia anima e fuori.
Il mio corpo è rimasto paralizzato anche quando avevo 16 anni e tre ragazzi dell’azione cattolica che frequentavo, mi fecero entrare nella macchina di uno di loro e uno, di nome Nicola, che ora addirittura è un carabiniere, mi toccava e mi leccava la parte bassa, l’altro di nome Nico mi prese la mano e mi disse: “toccalo, fammi sbor…., tanto tu sei una puttana come tua madre”, e l’altro, se non mi sbaglio si chiamava Pasqualino, ma sinceramente non né sono sicura del nome, intanto faceva la guardia e aspettava il suo turno; Menomale che quella sera mia nonna, che quell’anno sono stata con lei, mi venne a prendere, fosse un angelo buono, le aveva fatto capire che ero in pericolo; altrimenti quella sera il mio corpo veniva abusato un ‘altra volta;
Riuscii a non permettere ai miei cugini, dopo 6 anni di abusi, perché a 17 anni conobbi il mio primo ragazzo, e non volendo tradire, trovai la forza di non aprire il portone quando loro mi chiedevano di bussare. Perché non l’ho fatto prima? Perché credevo che meritassi tutto quello che mi facevano e perché quando solo li vedevo dalla finestra quando loro suonavano il citofono, io mi congelavo.
Tante volte, avrei voluto urlare a tutti, basta, mi fate male, basta, smettetela, non toccatemi, andate via, ma non ci sono mai riuscita e non avevo nessuno che mi proteggeva, che poteva difendermi e io non raccontavo nulla perché non mi avrebbero creduto, come poi è accaduto successivamente.
Ancora oggi, anche se il psicoterapeuta e il psichiatra che mi seguono, mi hanno aiutato a capire che non era colpa mia e che mi stanno aiutando a capire che ora posso difendermi, perché sono grande, ma non riesco ad uscire dal guscio dell’albero in cui mi sono nascosta; se solo mi stringono i polsi o mi sfiorano il collo da dietro, tutta la mia mente torna in quel momento in cui quelle bestie erano sopra di me. Anche l’odore o un movimento, o una cascina abbandonata, mi riporta a quella maledetta sera. Ho continuamente dei traumi network. Così li chiama il dott. Fanizza il mio psicoterapeuta.
Debbo ringraziare lui e il dott. Sideris, il mio psichiatra, se oggi riesco a parlarne, se ho avuto il coraggio di raccontarlo ad un’avvocata del centro per le donne di Modena. Ma purtroppo loro mi hanno liquidata, dicendomi che erano passati troppi anni, non si poteva fare nulla; Quel giorno tornai a casa piangendo forte, urlavo perché? Perché devo pagare solo io? Loro mi hanno rovinato la vita e io debbo prendere le medicine, io debbo andare al CSM; io per colpa loro ho tentato due volte il suicidio, io per colpa loro mi sento sbagliata, una merda, infelice, distrutta. Io per colpa loro non dormo la notte, ho paura del minimo rumore all’improvviso, per colpa loro sono entrata prima nell’anoressia e nella bulimia. Dal 1998 la bulimia è stata la mia compagna, la mia migliore amica, pur sapendo che mi stava distruggendo, ma le volevo bene perché lei mi stava dando quello che volevo, volevo amore, affetto, volevo considerazione, quello che non mi hanno dato i miei genitori, ma come dice il mio psichiatra e il mio psicoterapeuta, loro hanno fatto quello che hanno potuto; ma nello stesso tempo quando vomitavo, la bulimia mi dava modo di tirare fuori tutta la rabbia che sentivo dai denti in tutto il corpo, e mi dava anche quello che desideravo: che il mio cuore smettesse di battere per sempre.
Purtroppo ancora oggi la bulimia esiste, è meno invadente di prima, riesco più a gestirla, ma qualche volta mi fa visita.
E’ la mia arma per sopportare il dolore, le ingiustizie, per tirare fuori la rabbia. È stata un’amica ma nello stesso tempo anche una nemica. Ma come avrei potuto sopportare tutto quello che mi è accaduto da piccola, e ai tanti episodi di violenza e abusi che ho ricevuto anche da grande?
Anche in ambito lavorativo sono stata vittima di abusi, ma quando l’ho riferito, hanno sempre punito me, o spostandomi dal luogo di lavoro o addirittura facendo finta di nulla e ad una mia mossa sbagliata, come esempio stare a casa per problemi di salute, licenziandomi.
Tutte le persone che mi hanno fatto del male, che mi hanno mancata di rispetto come anche il fratello di mio padre che mi chiese palesemente di prostituirmi con lui, che mi hanno uccisa, se la sono sempre cavata, l’unica che ha sempre pagato sono stata io e pagherò per tutta la vita, perché purtroppo non riesco a dimenticare.
Io, Maria bambina, che già ero testimone dei litigi di mio padre e mia madre, di quando lei gli alzava le mani, di quando non avevamo i soldi nemmeno per mangiare, di quando mio padre mi ha fatto fare il Babbo Natale, chiedendo l’elemosina, perché non avevamo i soldi, in quanto dove andava a lavorare, sia sul cantiere e sia nei ristoranti come cameriere, non lo pagavano. D’altronde il sud è conosciuto per questo.
Io che da grande non mi sono riuscita mai a difendere nemmeno quando un ragazzo di nome Salvatore Coniglio, mi picchiava sempre e una sera nel picchiarmi mi fece cadere dalle scale e poi un suo amico, sapendo che avevo preso le medicine, e che mi portavano sonno, mi ha preso con l’inganno, dicendomi che mi avrebbe accompagnato a casa e invece la mattina dopo mi sono svegliata nel suo letto, quindi aveva abusato di me mentre dormivo.
Il male che mi hanno fatto da piccola, me lo porterò per tutta la mia vita e vi giuro che è come una condanna a morte, perché io non riesco a provare un briciolo di stima in me, mi considero una merda, un nulla.
Tutti mi dicono e mi vedono come una brava ragazza, che aiuta sempre chi è in difficoltà, che ho fatto tanti anni in protezione civile per aiutare i terremotati e le persone che avevano subito gli alluvioni, anche l’ultimo a Forlì, che è stata volontaria e amica a bambini e ragazzi disabili, che ha svolto 10 anni di croce verde, come soccorritrice, che portava da mangiare e da bere ai senza tetto la notte tardi con la Croce Rossa, che faceva il passaggio per poter andare a scuola, che studiava sui libri della biblioteca perché mio padre non poteva permetterseli, che ha iniziato a lavorare lavando i piatti nei ristoranti e facendo pulizie nelle case già all’età di 14 anni, che ha sempre difeso le persone anziane da maltrattamenti nelle case di riposo, pur perdendo il lavoro, che si è sempre alzata tutte le volte che sono ricaduta, anche quando mi hanno chiesto di abortire, anche quando ho perso il mio migliore amico di solo 46 anni, quando ho perso il mio nipote, o meglio il nipote del mio ragazzo di allora, di soli 16 anni; e tant’altre cose che ho fatto.
Ma io mi sento uguale a quando per la prima volta mi hanno chiesto di toccare l’organo maschile, che avevo 7 anni. Mi sento una merda, che non valgo nulla e maledico il giorno in cui sono nata, sentendomi anche in colpa per le persone che vorrebbero vivere e invece la loro vita si è spenta troppo presto.
Allora, ecco perché vi scrivo, per raccontarvi la mia storia, anzi una parte delle cose che ho subito, (né avrei da raccontare), affinché si sappia chi mi ha ucciso, nel caso la mia poca voglia di stare al mondo si faccia più insistente; e soprattutto per dare coraggio a quelle tante ragazze o donne che hanno subito o stanno subendo quello che ho subito io e che per paura di non essere credute o perché credono di meritare quello che le fanno, non raccontano.
Forse è questa la risposta o il senso di tutti gli abusi che ho ricevuto in tutta la mia vita, forse per aiutare le altre ragazze, altre bambine diventate ore donne, a trovare la forza e il coraggio di parlare, di ciò che le ha uccise, ferite e sentite sbagliate.
So benissimo che né io e né loro riusciremo mai a dimenticare, quelle cicatrici sanguineranno sempre fino al giorno del nostro ultimo respiro. Ma forse se tutte noi riuscissimo a raccontare, forse quelle cicatrici, quei tagli faranno meno male.
So anche che le persone che mi hanno fatto del male, non pagheranno mai, la giustizia non esiste.
Ma, io questa sera, ho voluto ascoltare e trasformare il mio dolore in parole, nella speranza che qualcuno, oltre me, racconti tutto quello che mi è successo, così forse, io possa sentirmi meno sola o d’aiuto a qualche bambina, ragazza.
Vi supplico in ginocchio, raccontate la mia storia, io non vi ho assolutamente mentito; Potete chiedere al mio psicoterapeuta il Dott. Fanizza e il psichiatra, dott. Sideris, del CSM EST – DSM – DP – AUSL di Modena;
se volete posso girarvi tutte le certificazioni sanitarie rilasciatomi durante il mio percorso al CSM, dove attualmente sono in carico.
Ti prego, prendimi sul serio e racconta la mia storia, così posso dire al mondo intero che ora sono grande e che ora riesco a proteggere la “Maria bambina”. Così posso urlare alle persone che mi hanno fatto del male che ora non possono più tapparmi la bocca, come hanno fatto in passato. Non è giusto che sono solo io a pagare, vi supplico raccontale la mia storia. Non permettere al mio cuore di smettere di battere per il male che gli hanno fatto. Vi ringrazio dal profondo del cuore.
Affinché questa mia storia venga raccontata, questo mio scritto lo giro anche ad altre trasmissioni televisive, scusami, ma ora più che mai ho bisogno che tutti sappiano il male che mi è stato fatto, forse mi serve per sopportare di più il dolore che in tutta la mia vita mi fa sentire che non valgo nulla e che non mi permette di vivere.
Grazie di cuore e scusami per il disturbo.
Con fiducia e affetto
Maria Repole
Autore: Maria
Lettera per Michelle Hunziker. Lettera 259.
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