Lettera per Luciana Littizzetto

Lettera aperta di Fiorella Gimigliano a Luciana Littizzetto
“Fiorellate di una viaggiatrice compulsiva”

30 ottobre 2017,

Buongiorno Luciana Littizzetto,

Fiorellate di una viaggiatrice compulsiva
Mister Magoo non è solo un cartone



Prima Parte

Tutto inizia per me, Fiorella Gimigliano il 3 settembre 1967, quando nasco a Ravenna dopo tredici ore di travaglio. Si poteva ipotizzare che fossi una bambina pigra e poco curiosa di conoscere il mondo: niente di più sbagliato! Mio nonno calabrese si chiamava Fiorino ed era usanza dare al primo nipote il nome del nonno. Fortuna che sono nata femmina! La mia passione per i viaggi e quella per i cavalli si sono manifestate molto presto. Non volevo mai scendere dall’autobus con cui la nonna mi portava a spasso e anche se a volte prendevamo la stessa linea, la n. 4, non me ne accorgevo nemmeno perchè, addormentandomi ogni tanto, vedevo, la volta successiva, qualcosa di nuovo che mi ero persa la volta precedente. Andare alla Basilica di Classe, un po’ fuori Ravenna, mi faceva sentire all’estero e andare in treno ad Alfonsine (10 km da Ravenna) era l’apoteosi per una viaggiatrice in erba come me. Nel Mausoleo di Galla Placidia e nella Basilica di San Vitale mi chiedevo in quale posto del mondo esistessero veramente stelle così luminose e, soprattutto, dove le persone si vestivano in quel modo. All’asilo ero l’unica bambina che non dormiva mai il pomeriggio nella branda verdona perchè già allora ero iperattiva. Quando in televisione c’era la pubblicità del bagnoschiuma Vidal con il cavallo bianco che galoppava in spiaggia e quella musica emozionante in sottofondo, saettavo per la casa cercando le spalle di mio padre che mi facevano galoppare. La settimana dopo volevo anche le redini con il morso nella sua bocca per tirarle, fermarlo o farlo andare a destra o sinistra. Quando gli ho chiesto anche il frustino per farlo andare più forte, si è stancato e mi ha fatto conoscere i cavalli, ma quelli veri.
E così il mio destino e il loro, ( economicamente parlando dato il costo che comporta intraprendere quella disciplina), si è manifestato concretamente così come la mia gastrite alle elementari. Stressando tutti i compagni con questi cavalli, la maestra decise di umiliarmi davanti a loro chiamandomi alla cattedra e facendo notare a tutti i miei capelli unti che la mamma non aveva il tempo di lavarmi quotidianamente. Così da quel giorno è iniziata la mia mania per i capelli da lavare e la gastrite della domenica sera che precedeva l’andare a scuola il lunedì mattina da quella maestra.
Inutile dire che non sono mai risultata molto simpatica a tante persone ne’ alle elementari, ne’ alle medie, ne’ alle superiori ne’ tantomeno sul lavoro, per questa mia costante abitudine di raccontare quello che facevo a cavallo e i posti che visitavo in vacanza prima, in ferie poi.
È che era tanta la mia felicità, l’emozione, la passione e l’amore per quello che facevo, e che tuttora perdurano, da destare commenti spesso non lusinghieri. La scelta poi, a 18 anni, di ritorno da un viaggio a Londra, di non volere figli e di non volermi sposare per non avere responsabilità e impedimenti , ha fatto sì che la critiche diventassero più cruenti. Io sognavo sempre di galoppare in pineta e di saltare ostacoli sempre più alti, se mi piaceva un bambino lo immaginavo arrivare da me a cavallo a chiedermi di salire con lui e partire assieme. Studiavo l’atlante alla ricerca dei posti più interessanti, telefonavo all’amica di mia madre che era stata in India e le portava da ogni viaggio oggetti strani per conoscerne l’ origine.
Per questo la scelta di mandarmi al liceo classico da parte di mia madre fu alquanto infelice visto l’impegno che quello studio comportava e le materie troppo classiche per la mia indole da scopritrice di nuovi mondi. Una materia però mi piaceva moltissimo e mi affascinava anche perchè la imparavo senza studiarla e avevo voti alti: inglese. Mentre la professoressa ci raccontava una storia e la traduceva, io l’avevo già in testa in italiano e quando mi interrogava e me la chiedeva, io simultaneamente dall’ italiano la traducevo a lei in inglese. Quella preziosissima materia e’ da sempre il mio passapartout per l’estero dal momento che viaggio spessissimo da sola e senza gruppi organizzati, prenotando i voli e gli alberghi per conto mio. E così gli oggetti che portava l’amica di mia madre e le stelle di Galla Placidia e San Vitale avevano la loro collocazione in Oriente, in Sud America, in Centro America, in Africa………….anche in Europa. E l’autobus su cui viaggiavo con mia nonna era diventato un aereo e le fermate del n.4 scali aeroportuali . Ma nonna è morta che avevo 8 anni e papà a 15 anni si è ammalato di leucemia per cause legate al suo lavoro ed è morto due anni dopo. Mamma, che la mattina lavorava ed era una maestra, lo ha seguito fino alla fine andando da Ravenna a Bologna tutti i pomeriggi dove era ricoverato e purtroppo trascurando me e mia sorella ragazzine. Papà, sapendo di morire, aveva fatto tutti gli esami necessari per farsi riconoscere la malattia sul lavoro (cosa che accadde) che avrebbe portato economicamente un buon tenore di vita alla sua famiglia. Così alla sua morte mia madre, per cercare di aiutarmi a superare il dramma, mi regalò uno splendido cavallo bravissimo anche a saltare che si chiamava Barnaby Jhon. All’inizio vincevo solo i concorsi ippici in recinto perchè Barnaby, con la precedente proprietaria, era caduto in un fosso con l’acqua durante una gara di cross country. Si era spaventato talmente tanto che non saltava più quel tipo di ostacolo in quel tipo di gara (completo) che si svolge in pineta e non solo dentro il campo ostacoli. Non vincendo più, era stato svenduto ed era capitato a me. Io con lui ho passato tutta la nostra prima estate in spiaggia finchè non ha ripreso fiducia e ha ricominciato a saltare tutti gli ostacoli con l’acqua. Finalmente abbiamo iniziato a vincere o a piazzarci anche nelle gare di completo in cui era prevista la prova di salto in campagna o pineta! Ma Barnaby era già anzianotto, 11 anni quando l’ho comprato, e appena ho notato che non aveva più’ piacere di saltare, è andato in pensione in campagna con mia sorella che se n’è occupata amorevolmente fino alla sua morte. Era talmente forte che una volta durante una gara ha ignorato tutti i miei comandi e mi sono trovata in cima alla tribuna degli spettatori. Panico! Sono scappati tutti sotto di me! A volte non ricordavo esattamente il percorso ma Barnaby Jhon sì, cosi vedeva le bandierine che indicavano gli ostacoli e mi portava sulla retta via. Al Riding Club di Casorate, alle sei del mattino, mentre a piedi studiavo in pineta il percorso da fare poi a cavallo, mi sono persa alla ricerca dell’ostacolo n.4. Sono finita, non so ancora come, nella base militare, a qualche chilometro dal centro ippico, da cui decollavano solo aerei e non cavalli! Ho chiesto aiuto e una camionetta di militari, dopo circa 20 minuti, mi ha accompagnato da Barnaby stanca ma pronta a ripartire con lui. La camionetta si era fatta largo tra tutte le squadre di allievi partecipanti al concorso ippico e quando mi sono fatta fermare davanti alla mia ho raccontato quello che era successo.
Sono scoppiati tutti a ridere assieme alle altre formazioni. Da quel giorno mi conoscevano tutti. Quando Barnaby è andato in pensione io non ho più avuto modo di misurare la mia forza, l’anoressia che mi aveva colpito alla morte di mio padre progrediva e così ho deciso di partire da sola per la Jamaica, in alternativa a un ricovero in ospedale con flebo, suggerito dai dottori. I rapporti con mia madre erano tesi e problematici da sempre, mio padre, che mi portava sempre in treno dai nonni nella sua natia Calabria e in piazza con i suoi amici, non c’era più e anche senza Barnaby ero entrata in una crisi psico fisica profondissima. E’qui che entrano in scena i lunghissimi viaggi in solitaria,(prenotando solo il volo e lasciando il resto al caso), e con la Jamaica inizia la mia guarigione. “ O torni più forte e con qualche chilo in più o crepi” – Mi sono detta . Oltre a vedere posti nuovi, oltre a staccare dalla routine e dalla noia di una vita che noiosa non e’ mai stata nemmeno a Ravenna, misuravo la mia forza e la mia energia. Le paure si trasformavano in coraggio, la gente del posto mi adottava, l’inglese mi metteva in contatto con persone di tutto il mondo. La mia catarsi si alimentava viaggio dopo viaggio, rischio dopo rischio, incontro dopo incontro, avventura dopo avventura e faceva breccia dentro di me l’insaziabile voglia e bisogno vitale di ripropormi sempre e comunque in fantastiche avventure in giro per tutto il mondo. Per potere viaggiare ho fatto davvero tanti lavori, due, tre, quattro anche contemporaneamente e mi cimentavo in ogni mestiere imparando poi a fare seriamente tante cose. A Capodanno intrattenevo i bambini nelle feste, facevo la cameriera o la baby sitter. Ho distribuito volantini pubblicitari, andavo davanti alle edicole a promuovere l’uscita di nuove riviste, ho fatto la segretaria in una ditta edile e il pomeriggio la segretaria al circolo ippico. Ho rivoltato le piadine sul forno in un chiosco, la barista, insegnato inglese, raccolto la frutta e insegnato equitazione per diversi anni aiutando anche i professionisti a domare cavalli giovani e problematici. Quando ancora non riuscivo a raggiungere il gruzzoletto per partire, mi facevo assumere in qualche maneggio fuori Ravenna e mi è capitato di dormire in un container per diversi mesi non essendoci altro posto dove sistemarmi. Tutto questo fino a 32 anni quando mia madre mi fece trovare le valigie fuori casa. Avrebbero continuato a rimanerci se non avessi provveduto in fretta a un lavoro serio e stabile in ufficio, cosa che io mai e poi mai avrei voluto. Così, essendo iscritta al collocamento obbligatorio nelle categorie protette come figlia di padre deceduto per cause lavorative e avendo diploma e diplometti, prima sono stata assunta dall’IBM per 3 anni, poi alla Volkswagen, alla Sicis Mosaici, all’ Endura dentro il polo chimico ravennate e infine all’ Auslromagna dove lavoro adesso come coadiutore amministrativo . Per fortuna i miei compiti sono per puro caso inerenti alle mie passioni: smisto la posta dei veterinari ( e tra loro c’è quello che era il mio veterinario quando avevo i cavalli), segno gli appuntamenti per i viaggiatori che devono essere coperti dai vaccini, riempio i corsi degli alimentaristi che lavorano nei bar e nelle strutture a contatto con i cibi e il martedì protocollo i documenti per lo smaltimento di quel famoso amianto che uccise mio padre con la leucemia quando ero ragazzina.


Al colloquio per il mio primo posto di impiegata all’IBM, quando mi dissero che mi avrebbero assunta, piansi così disperata con il capo del personale per il cambio di vita imposto da mia madre, che lui dovette consolarmi e spiegarmi i vantaggi economici che avrei avuto. I viaggi li avrei potuti fare con le mie ferie e uno stipendio sicuro senza fare tutti quei salti mortali. Ma a me piacevano i salti mortali perchè mi sono sempre divertita a fare cose diverse e la routine mi ammazzava. Anche per questo viaggiavo. E anche la sfera sentimentale seguiva questa piega nella mia vita. E’ sempre stata turbolenta e instabile perché, se conoscevo un uomo con cui imbastivo una storia e volevo partire, non c’erano alternative: o veniva con me o doveva lasciarmi andare da sola o, se ogni tanto capitava, con una amica. Mi lasciavano andare, ma per sempre ! Si stufavano presto e al ritorno da una mia avventura, se non trovavo il precedente ad aspettarmi, ne trovavo uno nuovo che resisteva a un viaggio o due senza di me per poi riperderlo al viaggio successivo. Sono due le storie che sono durate: una 7 e l’ultima 5 anni, appena conclusa tra l’altro. Due storie simili: stesso segno zodiacale, stesso attaccamento a mamma e papà con cui vivevano nonostante avessero 40 e 50 anni, nessuno dei due avrebbe mai voluto vivere con me, un lavoro stabile per cui potevano viaggiare ma entrambi senza interessi, né sport, nè intraprendenza, entrambi con nessuna passione anche sessuale, ma tanta introversione, chiusura mentale e comportamentale. Così ho permesso loro, data la disponibilità a viaggiare con me, di risucchiarmi le energie vitali e l’anima che non possedevano, di sfruttare la mia esperienza in tutto il mondo a cavarsela da soli, di viaggiare spendendo molto meno rispetto agli altri senza nulla togliere alla qualità dei servizi sia nei voli che negli alberghi. Parlavo inglese anche per loro, prenotavo i voli migliori anche per loro. Moltissimi viaggi che io affrontavo con grinta, energia, passione ed esperienza come sempre, si trasformavano in solitudine per i silenzi della loro caratteriale introversione che portavano ai miei inevitabili pianti disperati. Questi non si manifestavano mai se viaggiavo da sola perchè nessuno si permetteva di farmi del male ma, anzi, le persone che mi incontravano nel mondo mi aiutavano e facevo piacevoli conoscenze. La vera solitudine è quella che mi fa sentire la persona sbagliata che mi isola chiudendosi in se stessa perfino nei miei viaggi, in quelli a cui ho permesso loro di partecipare e che hanno irrimediabilmente voluto rovinare, da parassiti quali erano, approfittando di me in tutto e per tutto senza mai muovere un dito, nemmeno a Ravenna. Viaggi che al contrario sono apertura mentale e voglia di avventura e di esperienza. Ma quanto tempo ho impiegato prima di riuscire a staccare quelle spine malate!!!!
A volte noi donne scegliamo gli uomini con cui stare per solitudine o perchè troviamo affinità caratteriali e fisiche che spesso nascondono bugie talmente nascoste che a stento fatichiamo a riconoscere e ad accettare. Quando anche le abbiamo focalizzate non riusciamo a staccarcene per il fortissimo potere che loro hanno esercitato nel tempo sulle nostre menti indebolite dalla dipendenza dall’altra persona finchè non crolliamo davvero.
La violenza sulle donne non è solo fisica ma anche psicologica, e trova sempre il suo apice quando essa cerca di ribellarsi ai diktat imposti dal compagno, che siano essi chiari da subito, celati, diretti, indiretti, scoperti, accettati o mal digeriti durante il rapporto.

Seconda parte

Un anno, in marzo, mi è capitato di andare in Messico con un’ amica e di incontrare quella che io credevo una coppia di viaggiatori provenienti dal Colorado. Durante il viaggio di tre ore, in pullman, mentre ci recavamo a visitare le rovine di Chichèn itzà, scoprii, tra le altre cose, che avevano i cavalli e mi invitarono ad andarli a trovare. Tutta l’estate ci scrivemmo, avevano due indirizzi distinti ma non mi importava molto quale legame li univa, basta che mi ospitassero. Allora facevo la baby sitter e a settembre, raccolti abbastanza fondi e non trovando nessuno disposto a seguirmi in questa rischiosa avventura, partii da sola e all’aeroporto di Denver mi venne a prendere Thomas, che mi portò a casa sua vicino ad Aspen. Mi regalò anche un piumino perchè faceva più freddo di quanto avessi immaginato. Era il braccio destro della signora con lui in Messico e lei una grandissima imprenditrice del Colorado. Aveva una importantissima impresa di costruzioni a Montrose, a circa 200 chilometri da Aspen, un ranch enorme ai piedi di una di quelle altissime montagne, anche questa di sua proprietà e un indiano al suo servizio con cui la mattina preparavamo i cavalli e vagavamo per questi territori in cui mi sentivo Jhon Wayne. Ero in pieno Far West e per integrarmi totalmente all’atmosfera mi regalarono cappello, stivali e giacca da cow boy. Entravo con lei e i suoi amici nei saloon, lasciavamo fuori i cavalli legati e partecipai come spettatrice alle finali dei più importanti rodei a cui partecipava anche Kathy (questo il suo nome) dal momento che nel ranch viveva anche il suo allenatore personale. In quel periodo si sposò sua sorella con un petroliere dell’Arizona e affittarono per l’occasione un castello nel bosco. Alla cerimonia eravamo tutti vestiti da cow boy, la mama nera che celebrava il matrimonio con un coro gospel alle sue spalle e festa fino al mattino. L’indomani Thomas mi caricò in auto e mi accompagnò a visitare i Four Corners, un punto in cui nel giro di pochi chilometri quadrati si incontrano gli stati del Colorado, New Mexico, Utah e Arizona. Seguendo, ma non troppo, le scie dei pneumatici lasciate a zig zag dagli indiani che si mettevano alla guida dopo essersi ubriacati a spese del governo che li manteneva, dopo averli espropriati dei loro territori, arrivammo in Utah a casa della donna di Thomas. Lei mi lasciò la camera della figlia assente in quei giorni e la sera mi portarono al concerto di Clay Walker, un famoso cantante di musica country. L’indomani mi svegliò con il solito urlo “ Wake up!! Now we live “ (alzati, partiamo subito). Ero pronta e in prima linea nel giro di dieci minuti , proprio io che a prepararmi sono lenta come la messa cantata, un po’ addormentata e sinceramente anche un po’ rincoglionita da quell’ interminabile e incredibile sequenza di eventi, quasi fossi in un film. E di nuovo on the road a visitare parchi e montagne e paesaggi mozzafiato in compagnia di questo personaggio comunque a me sconosciuto. Mi riaccompagnò nel ranch di Kathy e lì rividi i suoi genitori venuti dalla Florida per il matrimonio della sorella. Organizzarono un trekking a cavallo nelle montagne di casa ma non avevo fatto i conti con le difficoltà che avremmo incontrato al ritorno, scendendo da quelle ripide montagne, perchè aveva piovuto molto. Il terreno, in quelle condizioni, è definito dagli americani “skyring” , cioè sciabile, scivoloso. Eravamo un gruppo di almeno 20 persone e io sono scesa come gli altri da cavallo cercando di stare alla sua sinistra ma il più lontano possibile perchè scivolava anche lui e mi veniva addosso in un sentiero in discesa della larghezza di 50 centimetri.
Non ho mai pianto così tanto vicino a un cavallo, letteralmente terrorizzata e con un destriero al guinzaglio in quelle condizioni. Un cellulare non l’avevo, la nostalgia di amici e familiari era tanta e così mi svegliavo all’alba a casa di Kathy e iniziavo a telefonare dal suo fisso in Italia a tutti, compreso a un compagno che mi aspettò al mio ritorno anche se ero partita senza di lui come facevo sempre. Chissà la bolletta telefonica di Kathy,!
Forse è per quello che non li ho più sentiti. Li avevo invitati in Italia ma credo che avessero deciso di non vedermi mai più nella loro vita, e li capisco!!!
Tornata in Italia dopo quasi 4 settimane di quella rumba, distrutta, frastornata e felice, ubriaca di ricordi, conoscenze e avvenimenti, ho giurato a me stessa che i viaggi lunghi sarebbero stati molto frequenti ma che non avrebbero superato i 15 giorni alla volta. E così quando riuscivo a trovare un’amica che partiva con me, ma che restava nel posto almeno 20 giorni, io regolarmente, dovunque fossimo, me ne tornavo a casa prima e da sola.

E fu così che decisi di partire con la mia amica Amanda per il Belize e l’ Honduras e come mezzo di trasporto tra uno stato e l’altro optammo per una barchetta tipo scialuppa di salvataggio molto economica rispetto all’aereo. Quello che non sapevamo era che il Golfo del Belize è caratterizzato da altissime onde, famose tra i surfisti, attraverso cui passava la nostra barchetta con un motore che, a tratti, manifestava l’intenzione di spegnersi per l’impegnativa traversata. Per ovviare alle goccioline d’acqua che avevo preventivato prima di partire, mi ero munita di un leggerissimo impermeabile usa e getta che con il vento finiva sempre negli occhi della vicina. Io non mi ero accorta di niente perché guardavo l’orizzonte e pregavo con la mia amica affinchè riuscissimo a sopravvivere a quell’incubo. La vicina, disturbata dal mio impermeabile negli occhi si lamentava, ma il suo tono era simile a una nenia funebre e io lo intonai con lei per tutto il viaggio credendo che pregasse anche lei per la sua vita.
Quando poi fu il momento del rientro in Italia, in anticipo rispetto a quello di Amanda ( vedi Colorado!!), presi accordi con il proprietario dell’albergo dove eravamo che mi avrebbe dato un passaggio in auto fino alla capitale Tegucigalpa distante circa due ore e mezza. Lì avrei pernottato presso un altro suo albergo e l’indomani avrei preso il mio volo per l’Italia. Ma se la barchetta era riuscita ad arrivare a destinazione, lo stesso non fu per la sua auto che ci piantò in mezzo alla foresta tropicale a mezzogiorno , con 40 gradi, in una strada non turistica e per nulla trafficata.
Il signore si fece venire a prendere da un suo lavorante e tornò al suo albergo al mare mentre io decisi di fare l’autostop e di raggiungere da sola la capitale. Mi prese sul suo camion cisterna un autista che avrà forse avuto 16 anni, nero nero di pelle, e mi feci lasciare a El
Paso, un paese di strada dove volevo prendere i miei souvenir, senza considerare che mi era già andata bene una volta. ( Promemoria: evitare l’autostop in certi paesi! )
L’ho retribuito con una mia vecchia maglietta e un foulard dal momento che smaltisco sempre i miei vestiti vecchi durante i viaggi. Li uso come merce di scambio al posto del denaro per barattare i miei souvenir. Ma se vedo che la persona è povera li regalo, li dono per la strada ai mendicanti girando anche un’ora con il mio sacchettino di vestiti usati finchè non ne incontro uno. E fortuna che mi era ancora rimasto qualcosa, vista la fine del viaggio, perchè a volte rischio di tornare a casa in mutande, ma con tanti regalini per me e per gli altri.
Con il mio solito look antistupro formato da vestiti coloratissimi abbinati a improponibili pseudo scarpe e bandana in testa ornata da fascia per capelli arancione e occhiali, presi i miei ricordini, rifeci l’autostop dovendo arrivare ancora alla lontana capitale, e questa volta mi diede un passaggio un maestro che invece non si accontentava di un paio di calzoncini usati e dopo avermi accompagnata in città nell’albergo da lui prescelto, aveva deciso di venirmi a prendere la sera per andare a cena. Io non consegnai il mio passaporto all’albergatore e quindi non mi registrai, ma alla chetichella, sparito il maestro, uscii dal retro dell’hotel e presi un taxi, pernottai in un altro albergo dal quale, l’indomani, volai salva verso l’Italia.

Ma Mister Magoo non è solo una cartone animato e così tre anni fa decisi di andare in Iran dal momento che bombardavano in tutti gli stati confinanti tranne lì’, quindi secondo me era un posto sicuro. Per entrare e ricevere il visto dovevo presentarmi all’aeroporto iraniano con una lettera di invito precedentemente ottenuta presso l’ambasciata di Roma o Milano dove mi sarei dovuta recare di persona perché serviva la mia impronta digitale.
Presi apposta 2 giorni di ferie a luglio per andare a Milano in previsione del mio viaggio di ottobre ma, siccome era caldo, decisi di andare al mare invece di infilarmi in afosi uffici ed entrai in Iran senza lettera di accompagnamento. Arrivai alle 4 e mezza di notte da Istanbul e mi presentai tranquilla come una scolaretta all’ufficio visti. Quando l’impiegato mi chiese la lettera risposi candidamente con un sorriso che io non l’avevo credendo fosse abbastanza tutto il malloppo di fogli che gli avevo presentato e che sarei rimasta solo una settimana. C’era il volo di andata, quello di ritorno, tutte le prenotazioni alberghiere e l’assicurazione sulla vita richiesta sul sito che, però, non parlava tassativamente di lettera di presentazione. Ho veramente impersonato la parte di quella che non sapeva e tra un sorrisetto ingenuo e l’altro mi ha rilasciato il visto in meno di mezz’ora. Devo avergli fatto molta pena oppure l’ho preso per sfinimento perchè gli parlavo in inglese come una mitraglietta e poi, complice la tarda ora, ho avuto la sensazione che si volesse sbarazzare di me. I gruppi di viaggiatori con il tour operator che aspettavano il loro visto da più di due ore, nonostante avessero già presentato la famosa missiva da tempo, mi avevano detto che sarei tornata immediatamente a Istanbul con lo stesso aereo con cui ero arrivata, data la gravità della mia mancanza. Naturalmente non riuscivano a capacitarsi di come avessi potuto ottenere il visto senza i documenti richiesti ma non volli dare spiegazioni e me la diedi a gambe verso l’uscita per evitare di essere coinvolta in un linciaggio contro il malcapitato impiegato e contro di me.
In Iran, quando passavo per la strada, mi facevano tutti largo come fossi una regina e le donne volevano fare le fotografie con me mettendomi in braccio i loro bambini ridendo tra di loro. Quando ho chiesto spiegazioni mi hanno risposto che suscitavo curiosità e ilarità, intanto perchè viaggiavo da sola, e poi per il mio look antistupro che, pur attenendosi scrupolosamente alle rigide regole che vogliono la donna coperta dalla testa ai piedi, era stato da me ulteriormente arricchito da veli e controveli dai colori più vivaci possibili perchè quelli avevo e quelli dovevo barattare alla fine del mio viaggio.
Se l’Iran è stato tranquillo e fantasticamente istruttivo, il ritorno in Italia lo è stato meno perchè il pernottamento a Istanbul è stato acceso da bombe e sirene spiegate tutta la notte per le guerriglie interne. Ma io sentivo solo i rumori e quindi ero tranquilla nella mia cameretta.

In Tunisia ho rischiato di prendere le botte in una medina di Hammamet perché ho rifiutato la trattativa, iniziata da me, per l’acquisto di una maschera di cuoio. L’avevo vista e mi piaceva così ho chiesto al proprietario se era disposto a prendersi i miei vestiti, tra l’altro, quella volta, in buono stato come jeans e giacchette. Lui ha rifiutato la mia proposta, pretendendo una cifra in denaro che non avrei mai pagato e quando lui iniziò comunque la trattativa gli risposi che non mi interessava più l’acquisto.
Date le sue pesanti insistenze ho girato i tacchi e senza dire una parola me ne sono andata ma lui mi ha inseguita per i vicoli del mercato inferocito perchè avevo osato offenderlo. Per calmare gli animi ed evitare il peggio la maschera è finita nella casa del mio compagno di allora (e che era con me) che buono buono se la comprò vista la mia ostinazione nel non volerla.

Il baratto e’ un’ arte che si impara e la mia bella fregata l’ho presa all’ inizio della mia carriera avventurosa in Kenya, quando ho scambiato un orologio Swatch semi nuovo con due parei di scarso valore. Mi sono salvata nello stesso viaggio perché, per un portafoglio di pelle usato, ho portato a casa una scultura con due elefanti in legno in piedi contro un albero che a momenti mi schiantava la valigia. Ma come lasciarla lì? I miei souvenir di viaggio sono i miei trofei perché ogni ritorno in Italia corrisponde ad una gara vinta proprio quando da ragazzina portavo a casa le coppe che vincevo a cavallo.
In più, quando giro per casa, ogni oggetto parla della mia vita, del mio coraggio, dei miei sacrifici, dei soldi ben investiti, delle sfide, dei pericoli e c’è anche il guardaroba di una vita trasformato in un quadro, in una statuetta, nel ritratto di una laotiana o vietnamita.

Ho rischiato la pelle nella crociera in Egitto, regalo per la mia maturità (figurati!). Tanti anni fa le barche da crociera erano battelli piccoli e bassi, niente a confronto delle navi extra lusso di oggi. Il mio gruppo, partito da Roma, era stato diviso in due parti e naturalmente io volevo dormire nel battello più bello del mio, un po’ più stretto e più alto del normale, ma la hostess mi disse che non era più possibile in quanto l’assegnazione delle stanze era già stata fatta. Così mi arresi. Alle Dighe di Assuan ci colpì una violentissima tempesta in pieno agosto alla fine della quale non vidi più il battello con cui facevamo parallelamente la crociera.
Non c’erano ancora i cellulari e sulla barca non ci dissero nulla, ma a distanza di due giorni, telefonando a casa, seppi che l’altro battello, bello, stretto e alto, si era catapultato sul Nilo per la violenza del vento ed erano morti tutti i compagni di viaggio assieme ai quali avevo fatto le foto nelle precedenti tappe.
Sicuramente c’è un percorso e un destino per ognuno di noi!

In Venezuela è stata la volta di una conoscente creduta amica e alquanto problematica a livello psicologico vista la sua propensione e bisogno instancabile di psicanalizzare tutti quelli che le stavano attorno, psicologi compresi. Per questo motivo veniva regolarmente scaricata dai medici oppure li mollava lei se non erano abbastanza esaurienti nelle loro risposte, così ne aveva sempre dei nuovi, non risolvendo mai i suoi problemi e non dando mai risposte alle sue domande.
Trovò, in quel viaggio in Venezuela l’occasione per psicanalizzare me e per qualche tempo le riuscì dal momento che, in effetti, certi suoi discorsi erano coinvolgenti. Il fatto di aver quasi perso l’aereo perché impegnate a parlare, e quello di dormire sul treno per Milano senza scendere alla fermata giusta, erano già indice di presagio ed infatti ci scaricammo a vicenda a Maracaibo tanto che io tornai da sola nella capitale sciroppandomi 11 ore di corriera e rimanendo nella pericolosissima Caracas per tre giorni attendendo il mio volo per l’Italia pur di allontanarmi da quella strizza cervelli abusiva. Se non altro quella volta ho avuto tutto il tempo per barattare e portare a casa i miei souvenir senza dover fare l’autostop!!

In Vietnam, a quarant’anni suonati, ho capito che sarebbe stato meglio prenotare almeno le prima notte in albergo perchè se arrivi dopo un viaggio allucinante dall’altra parte del mondo e non trovi da dormire non va’ bene e non è nemmeno cosa saggia!
A mezz’ ora dall’atterraggio conobbi in aereo due giovani imprenditori norvegesi che andavano a Ho Chi Minh per lavoro, provenienti dalla Thailandia, e mi illustrarono un quadro poco simpatico della vita nella città dove finalmente, e tutta gasata, stavo arrivando dopo 21 ore di volo. Pericolosa, invasa da motorini a sciami in sostituzione delle auto, scontri con morti e feriti all’ordine del giorno, Si offrirono di scortarmi nell’hotel 5 stelle prenotato da loro il giorno prima on line sconsigliandomi di avventurarmi da sola, malgrado di solito mi catapultassi in centro in quanto, come a Bangkok, soprattutto nelle città asiatiche, esiste un quartier generale presieduto da guardie pagate per la salvaguardia dei turisti, con alberghi sicuri.
Scesa dall’aereo e presa conoscenza di uno scenario a dir poco apocalittico e sconcertante, con scooter che sfrecciavano da tutte le parti senza il benché minimo rispetto di qualsiasi regola stradale, mi incollai paralizzata dalla paura ai due giovanotti e presi il taxi con loro verso il loro albergo in periferia.
Purtroppo scoprirono direttamente alla reception che, non solo la loro prenotazione non era andata a buon fine, ma che l’hotel era al completo. Praticamente buttati in strada in tre. Si fecero venire a prendere dal loro responsabile di zona ma io non li seguii più perchè con il loro budget di spesa di una notte io dovevo campare in Vietnam almeno tre giorni. Un addetto alla reception a cui avevo fatto pena vedendomi piangere, decise di aiutarmi a trovare una camera altrove e aspettai la fine del suo turno di lavoro fiduciosa. Mi caricò su uno di quei fantastici scooter dove mai e poi mai sarei salita in altre circostanze e con il mio bagaglio tra le sue gambe iniziò una folle corsa proprio attraverso quelle strade che mai e poi mai avrei percorso nemmeno in solitaria su un deserto. Tra l’altro il peso del mio bagaglio ci faceva sbandare e io stringevo le gambe come fossi a cavallo per evitare di scontrarmi con le ginocchia degli altri motociclisti.
Tutti naturalmente senza casco e senza assicurazione. Riuscimmo a trovare posto al terzo tentativo in una di quelle puzzolenti topaie dove non sarei mai voluta capitare nemmeno con un tornado a un metro da me ma dovetti rimanerci tre giorni. Sempre in quella struttura mi organizzarono due gite costringendomi a uscire dalla mia camera, nel frattempo diventata una reggia in confronto alla realtà del posto. In una escursione visitai la città e i rifugi sotterranei all’epoca della guerra e nell’altra il fiume Mekong presso cui vivevano le tribù indigene. Durante quest’ultima gita incontrai un pensionato svizzero giramondo che dormiva proprio nel quartier generale dove volevo andare all’inizio seguendo il mio istinto e così, dandomi dell’oca all’infinito e ancora di più, feci le valigie e, come pensavo fino a tre ore prima del mio atterraggio, non ebbi problemi a trovarmi una stanza in un albergo carino. Da lì partii alla scoperta del Vietnam rigorosamente fuori da Ho Chi Minh ma stavolta facendomi prenotare, nell’albergo in cui dormivo, una camera in un albergo decente nella località da me prescelta.
Come mezzo di trasporto usai gli sleeping bus che sono corriere economiche con i letti e su cui puoi viaggiare comodamente sdraiato per tutto l’Oriente. L’unica pecca e che i letti sono un po’ corti in quanto adattati alle fattezze degli asiatici più piccolini rispetto a noi europei quindi a volte mi capitava di avere vicino alla testa i piedi puzzolenti di qualche turista che uscivano dal corto giaciglio. Io mi sistemavo rigorosamente al piano terra dal momento che, essendo disposti a mo’ di cuccetta a due piani, quando la corriera frenava, come cozzavano i motorini così cadeva qualche turista dall’alto cozzando per terra. Insomma, in Vietnam bisognava stare attenti a non cozzare da qualche parte e a camminare sui marciapiedi alti quaranta centimetri sperando che i motorini non arrivassero anche lì a caricarti!!!

Dopo la paura in Vietnam ho optato per un’isola molto bella, ma tanto tranquilla quanto cara e rigorosamente dalla parte opposta del Vietnam: Antigua. Là ho conosciuto la ricchezza, ma quella degli altri perchè io mi sono dovuta accontentare di una modesta camera a 60 dollari al giorno in un affitta camere e nemmeno per tutto il soggiorno. La proprietaria doveva rientrare dopo cinque notti nella natia Inghilterra e quindi mi sarei dovuta trovare un altro alloggio per il resto della vacanza. The English Harbour, questo il nome della paradisiaca località, fu rifugio per parecchi anni dei pirati che facevano le loro scorribande nel Mar dei Caraibi ma sperai fortemente che fossero tutti spariti e che, giusto per la mia permanenza, non ne fosse rimasto ancora attivo qualcuno che aspettava proprio me. Ora e’ un famosissimo porto per le imbarcazioni dei Paperoni mondiali . Mi andò bene e in spiaggia conobbi l’equipaggio italiano dello Shergar, il fantastico panfilo di un ricco sceicco che si divertiva a far salpare il suo natante senza preavviso da un’isola all’altra caricando i suoi amici come fossero pedine di una scacchiera e manovrando tutti tramite un telecomando come giocasse alla playstation. Shergar era il nome del suo cavallo da corsa di punta, che aveva vinto un sacco di soldi, ma che era stato rapito. Il riscatto richiesto non era stato pagato dallo sceicco perchè, una volta che un cavallo non riceve più le amorevoli cure del suo scudiero, come per magia perde anche i suoi poteri magici e non vince più. La memoria di questo cavallo era stata impressa nel nome del panfilo. Salendo a bordo rigorosamente scalza mi accorsi dell’immensa ricchezza che era custodita all’interno, assieme alle sue leggende e alla professionalità dello staff di bordo.
Fui invitata quella sera dai marinai a una cena in una villa faraonica sulla cima di una collina di proprietà del fornitore di carburante di tutte le lussuosissime imbarcazioni del porto. Cenai a base di paella di pesce preparata dal cuoco dello Shergar e con prelibatezze di tutti i tipi, conobbi un sacco di bella gente e ascoltai i racconti del mare e le avventure dei miei amici italiani. Dalla villa la veduta era spettacolare di notte e tutta Antigua risplendeva con le sue luci come un diamante.
Ma lo sceicco doveva giocare e me li portò via due giorni dopo, direzione St. Barths, lasciandomi sola.
Intanto dovevo trovarmi una stanza per le cinque notti rimanenti sull’isola ma tutto era carissimo e improponibile. Riuscii a convincere Jane, la proprietaria del mio B&B , a lasciarmi la camera in cui dormivo chiudendo tutto il resto della sua attività. Dopo qualche perplessità accettò e partì per la sua Inghilterra lasciandomi sola in tutta la struttura ma con il mio letto, con l’impegno da parte mia che tutte le sere, dall’Internet Point del porticciolo, le avrei inviato una mail tranquillizzandola che tutto andava bene.
Il giorno della mia partenza venne a prendermi il suo uomo di fiducia, ci assicurammo che fosse tutto a posto, come del resto era, e mi accompagnò in aeroporto.

Come ho scritto all’inizio, il mio primo viaggio fuori Europa fu in Jamaica, Se a Ravenna respiri l’aria del polo chimico, in Jamaica respiri la marjuana e per una come me, che fumava solo poche sigarette e per giunta astemia, è stata una grande prova di sanità mentale. Già il viaggio di andata non era cominciato nel modo migliore perchè, durante la preparazione per l’ atterraggio, ero ancora chiusa in bagno e non uscivo nonostante le insistenze della hostess. Io dovevo finire di lavarmi per cui costrinsi il personale di volo a forzare la porta del bagno con il passepartout e a intimarmi di tornare subito al mio posto a sedere con il rischio di dover pagare una multa salata per “violazione delle regole di bordo”.
Fu anche il viaggio in cui decisi di non portare mai più nel bagaglio la bilancia pesa persone.
Da brava anoressica avevo l’abitudine di pesarmi tre volte al giorno e, durante qualsiasi mia avventura, portavo sempre con me la bilancia ( non una piccola, ma quella standard 40x40 cm ). Non avevo considerato che un viaggio così lungo avrebbe comportato qualche rischio per sua salvaguardia. Giunta a destinazione, sistemati i vestiti, vidi ciò che rimaneva della mia povera compagna di sempre : spaccata in cinque pezzi non ricomponibili!
Ma torniamo all’aria della Jamaica.
Letteralmente “fumata” per tutta la vacanza grazie alle esalazioni in fibra naturale, bevevo cocktail Tia Maria scambiando il liquore per cioccolato, qualsiasi passo sentissi la notte era di qualcuno che veniva nella mia camera a violentarmi e io urlavo come una pazza convinta di far scappare il malcapitato.
Grazie agli effetti inebrianti non dormivo la notte e alle cinque del mattino, vedendo la luce e non distinguendo nemmeno i numeri sul quadrante dell’orologio, mi alzavo di scatto e credendo fosse l’ora del bagnetto prima di colazione, mi catapultavo a svegliare tutti gli italiani presenti nel villaggio per coinvolgerli nelle mie iniziative vacanziere salvo poi tornare in camera con loro che mi urlavano dietro e deducendo che forse qualcosa era andato storto. Nel viaggio di ritorno in aereo le cose non migliorarono affatto e ancora prima del decollo avevo già bagnato di Coca- Cola il sedile davanti al mio, con buona pace di chi ci doveva stare per 12 ore. Ma a questo c’era una spiegazione scientifica: dovendo spegnere la sigaretta ( allora si poteva fumare a bordo) e volendo mantenere pulito il mio posacenere per le ore successive , avevo ben pensato di utilizzare la lattina della Coca-Cola, che credevo di aver prosciugato; ma era una pia illusione perchè il liquido, a contatto con il calore, generò una schiuma marrone naturalmente bagnata che prontamente dirottai sul sedile davanti per non avere danni agli unici vestiti rimasti dopo il mio solito baratto. Comunque non sono risaliti a me. E meno male che era il viaggio che mi avrebbe salvato dall’ anoressia !!!!
A casa mia madre si era accorta che qualcosa non andava perché l’effetto stupefacente non si esauriva e qualche mese dopo, in partenza per le Barbados, mi ricordò che era meglio portare una mascherina in modo da cercare di scongiurare il mio temporaneo ma lungo momento di smarrimento. Per fortuna respiri marjuana solo in Jamaica quindi occhio………se vai là e non fumi droghe portati la mascherina e se sei astemio non bere Tia Maria.

Anche in Messico ho avuto qualche problema con lo spegnimento della sigaretta ma lì hanno fatto prima: mi stavano lasciando a piedi! Stavo aspettando la partenza del traghetto per Cancun dopo una giornata trascorsa nell’isola delle donne, Isla Mujeres e dopo tante vicissitudini pensavo che, dato il nome, con le donne almeno lì fossero sempre pazienti e gentili. Non crederlo mai! L’addetto ai lavori mi intimò molto sgarbatamente di salire sul traghetto già in movimento e, dal momento che conosco l’inglese, ma in quel momento non mi veniva il termine esatto, ho romagnolizzato le parole “ la spengo subito “ in improbabili “ I smorz sobit “ che è una vivace e personalissima interpretazione tra l’inglese e il romagnolo. Comunque il senso a quanto pare c’era e mi hanno issato a bordo anche quella volta.
A volte faccio la stessa cosa con lo spagnolo ma lì è più semplice: aggiungendo una esse alla fine delle parole italiane spacciandole per spagnole a volte ci azzecco, visto la somiglianza della lingua. Più difficile farlo in inglese, ma tutti i santi aiutano.
Sempre parlando di lingue straniere, io sono allergica e intollerante a spezie, pepe e peperoncino, e sicuramente per tutti i posti che visito questo non è proprio un toccasana !!!
Ma, come di necessità virtù, dovunque io vada e a scanso di equivoci nel caso io non mi intenda con l’inglese, mi faccio sempre scrivere nelle lingua locale, dai receptionist degli alberghi, le quattro parole magiche NO SPICE NO PEPPER, così, oltre a presentarmi nei ristoranti con i miei colorati e fantastici look antistupro, esibisco anche il foglietto obbligandoli a servirmi pasti senza spezie, impauriti dalle mie richieste. Mi rendo perfettamente conto che il quadro della pazza è completo e più di una volta ho notato sconcerto e imbarazzo, e comunque, salvo lo stomaco, mi hanno sempre dato da mangiare.

Se andate in Egitto scordatevi il rispetto per la donna poichè a me, per aver discusso con un tassista disonesto che voleva più soldi della cifra pattuita, hanno ritirato il passaporto a due giorni dall’ imbarco e sono dovuta andare al posto di polizia, scrivere le balle che volevano loro e sganciare soldi ai quei corrotti per riaverlo.
Con una coppia conosciuta in albergo fissai la cifra di 30 euro con un tassista per farci portare al Santuario di S. Caterina la mattina e rientro previsto a Sharm El Sheik alle ore 14. Questo disonesto non ci aveva detto che il tempo necessario era di gran lunga superiore e che il santuario era pure chiuso così, dopo aver vagato per il deserto quattro ore in andata e cinque al ritorno essendosi era pure perso, ci ha riportato in albergo alle ore 18 dopo aver visto il Santuario solo all’esterno e per poco tempo. Noi ci siamo rifiutati di dargli i soldi che pretendeva in più. Abbiamo animatamente discusso ma lui è andato a denunciarci in commissariato e i poliziotti sono venuti in albergo a requisirci i passaporti. Ci hanno accompagnato sulle loro auto al commissariato di polizia e ci hanno obbligato a scrivere che la colpa era nostra perchè avevamo capito male. Io non ce l’ho fatta a continuare a scrivere quelle menzogne e ho passato la penna all’altro viaggiatore che ha concluso quanto richiesto. Abbiamo pagato altri 40 euro che naturalmente si saranno spartiti e abbiamo ritirato finalmente i nostri passaporti.

In Guadalupa prenotai una stanza in un albergo della capitale Point a Pitre, base per i miei spostamenti, ma il fermo della porta di ingresso della mia camera era molto duro costringendomi a sforzi muscolari troppo gravosi per entrare e uscire. Convinsi così il receptionist, un bellimbusto di colore con i capelli rasta vagamente somigliante a Bob Marley, ad allentare il meccanismo del fermo. Accidentalmente, durante la manovra, gli partì il punteruolo e si spaccò la porta. Il danno era evidente perché il braccio metallico del dispositivo di sicurezza ciondolava sbattendo sempre contro il muro rovinandolo. Mi propose di non dire nulla ai proprietari per non farmi pagare i danni in cambio di certe effusioni d’amore da parte mia che mal digerivo, in quanto in viaggio seguo sempre il mio proposito di non farmi coinvolgere in nessuna avventura pena la mia già precaria incolumità. Iniziai a meditare la fuga durante quella notte, dopo aver saldato le poche notti trascorse ai proprietari che invece avrei trovato la sera stessa. Contemporaneamente, dal momento che dalle ore 17 la città si spegneva e rimaneva deserta, senza distrazioni, e tutte le serrande dei negozi venivano abbassate, mi ero recata a un vicino internet point e mi ero collegata al sito internazione di incontri Badoo per cercare conoscenze amichevoli locali. Vidi la foto carina di un uomo che mi ispirò fiducia e che mi contattò quasi subito dopo una serie di battute che gli avevo inviato. La persona mi diede appuntamento per quella stessa sera a un ristorante indiano della zona dove sapevo già che avrei quasi digiunato immaginando tutte le spezie nei cibi. Purtroppo quella foto che mi aveva attirato rappresentava Robert Redford e io non lo avevo riconosciuto. Me ne resi conto all’ appuntamento : un watusso di due metri magro magro, con gli occhi storti, anzi stortissimi, si presentò come professore di matematica. Io, che già ricordavo il mio precedente incontro con il professore che mi aveva dato il passaggio in Honduras, per il quale ero fuggita dall’albergo in cui mi aveva portato a Tegucigalpa, pensai al ripetersi degli eventi ma ugualmente lo seguii al ristorante indiano per non offenderlo.
Pagò una cifra astronomica per le mie due forchettate di riso bianco e quella notte, affamata, saldai il conto dell’hotel e scappai definitivamente da Bob Marley e Robert Redford verso località marittime, soprattutto turisticamente attrezzate, e abbastanza lontane da far perdere le mie tracce e starmene così tranquilla.


In Thailandia fu la volta del mio bagaglio che cadde in acqua al mio arrivo a Krabi dal momento che il signore gentile che mi stava aiutando a scendere dalla barca e a salire sulla scaletta del molo, cadde rovinosamente a terra nel vano tentativo di gettare il mio bagaglio sulla terraferma. E fu così che il mio borsone galleggiava candidamente sulle acque asiatiche girandosi ora a destra, ora a sinistra, così da inzuppare per benino perfino i cotton fioc. Con 100 chili di bagaglio fradicio mi piazzai su un tuk tuk che, zigzagando per il peso, (e già la memoria mi portava alle impronte zigzaganti dei pneumatici lasciate dalle auto degli indiani ubriachi in Utah!!! ) mi obbligava a controbilanciarlo a ogni curva in cui rischiavo di volare giù, capottando come una velista rimbecillita. Oltretutto l’autista mi chiese denaro extra per l’aumentato consumo di carburante dovuto alle peripezie!
Giunta al mio albergo, finalmente un 5 stelle stupendo dato il cambio favorevole del bath, la loro moneta, lavai e stesi tutta la mia biancheria in bagno, nella stanza e sul terrazzo stendendola in fili di fortuna che avevo recuperato nel mini market sottostante. La donna delle pulizie, l’indomani, doveva aver pensato che fossi una poveraccia appestata perché fece sparire la Bibbia spesso in consultazione nelle camere degli hotel di quel livello. In effetti non aveva tutti i torti perchè l’avevo già adocchiata come souvenir da regalare a mia madre, fervente cattolica.

Dopo tante avventure in solitaria pensai che forse, almeno per il Senegal, un gruppo italiano e un soggiorno tranquillo me lo sarei proprio meritato e così me ne andai in Africa con Alpitour.
Giunta a Sali mi accorsi ben presto che quello che avevo creduto e desiderato in Italia era pura follia perché ero l’unica italiana in un villaggio di francesi.
Per fortuna i francesi che mi adottarono in quella vacanza parlavano anche in inglese, così comunicai almeno con qualcuno ai pasti ma trascorsi gran parte del mio tempo al Club dei Viaggi del Ventaglio in cui ero riuscita a infiltrarmi spacciandomi per una cliente.
Bè, devo dire che gli italiani li ho trovati lo stesso anche se tornavo a dormire e a mangiare nel mio albergo Alpitour in taxi.


Ma quella non era la prima volta che mi infiltravo in un albergo diverso dal mio perché, da brava sportiva, se non potevo permettermi la piscina nel mio, andavo (e vado) a nuotare in quella degli altri, anche a pagamento.
Fu la volta che a Edimburgo, di fronte alla mia pensioncina, era situato l’Hilton che al costo di circa 25 euro mi proponeva l’entrata nelle sue strabilianti piscine.
Tutta contenta e carica mi presentai alle ragazze del guardaroba per avere la chiavetta per l’armadietto nello spogliatoio e il mio kit di ciabattine e asciugamani, ma prima di me stavano servendo una mamma con i suoi due bimbi.
Ancora prima di estrarre il portafoglio per pagare la mia sublimata entrata, mi buttarono sgraziatamente fra le braccia quattro chiavette e quattro mega asciugamani invitandomi a entrare e a seguire la signora e io ubbidii. Mi trovai all’interno del centro senza aver pagato un centesimo ma avevo capito bene quello che era successo. Dato il mio dismesso vestiario mi avevano scambiato per la baby sitter e dopo aver consegnato alla cliente tre asciugamani e tre chiavette, tenni il resto per me e nuotai per due ore immersa tra piscine e caldi idromassaggi tutta coccolata dai lussi che a fatica mi sarei potuta permettere.

Se di piscine parliamo non fa eccezione Dubai dove invece convinsi facilmente un cliente arabo a farmi accedere alla piscina dell’ennesimo bellissimo albergo vicino al mio, naturalmente più modesto e con una bagnarola la cui foto in Italia mi aveva tratto in inganno. Dall’immagine sembrava infatti una piscina decente, come spesso accade, mentre a malapena potevo fare una bracciata. L’albergo bello aveva respinto la mia richiesta di accedervi pagando ma non mi arresi e con un velo davanti al viso per non farmi riconoscere mi ero piazzata all’entrata cercando la mia preda. La trovai in un signore arabo gentilissimo e interessato a me il quale, spacciandomi per la moglie, mi fece entrare in acqua. Accadde che, mentre nuotavo, per fortuna vidi arrivare la moglie vera con tanto di prole e questo mi portò a evitare prevedibili linciaggi sia da parte della moglie che da parte dal personale dell’albergo che mi aveva scoperto.
Inutile dire che continuai a nuotare indisturbata dal momento che il gentile signore arabo che mi aveva aiutato, non poteva assolutamente pretendere nulla da me in quanto amabilmente accompagnato da consorte.

Altra tappa della mia vita: Panama. Lì ci andai con il mio ultimo compagno che, essendo fisicamente ben piazzato, come si muoveva nel letto di notte mi svegliava facendomi passare le rimanenti ore in bianco. Per questo motivo aveva già dormito per terra a casa di mia zia Tina in Calabria, ma a lei non lo abbiamo mai confessato per non offendere la sua ospitalità. Per ovvi motivi, a Ravenna dormivamo ognuno a casa a propria e in viaggio, rigorosamente in letti separati. A Panama avevamo prenotato solo le prime tre notti in albergo per non rischiare più di rimanere per strada come mi era capitato in Vietnam, ma la mia anima avventuriera mi ha sempre impedito di prenotare tutto il soggiorno visto che quasi sempre, indicati dalla gente che conosco abitualmente sul posto, scopro posti stupendi e poco turistici e prenoto le rimanenti notti in albergo in loco. Scoprimmo così l’isola di Contadora, raggiungibile a venti minuti di aereo dalla capitale o a due ore di traghetto. Un’isola nel Pacifico piccola, con soli tre B&B e una flora e fauna intatti e non rovinati dal turismo di massa, insomma un paradiso terrestre. Optammo per l’aereo che immaginavamo a pochi posti, ma cinque erano davvero pochi ! Avvistata l’isola in mezzo al mare il velivolo preparò l’atterraggio scalando in linea perpendicolare la roccia per poi rimettersi in posizione retta e planare su una pista più stretta della via in cui abito. Al posto dell’edificio aeroportuale c’era il nostro B&B e ci vennero a prendere con l’automobilina dei Flinstones anche se non avevamo comunicato l’ora di arrivo. Quando abbiamo chiesto come avessero fatto ad essere lì puntuali ci spiegarono che alla piccola isola arrivi quotidianamente in due modi: con l’aereo della Playmobil la mattina alle 11 o con il traghetto alle 12. I proprietari si sporgono quotidianamente da una parte o dall’altra della costa e, se vedono turisti, immaginando che qualcuno di essi deve essere loro ospite, li vanno a prendere. Nel nostro caso il passaggio era durato due minuti e mezzo, giusto il tempo di caricare e scaricare i bagagli, vista la vicinanza della “ pista di atterraggio”. Alloggio carino carino, con i daini al posto dei cani e gnek domestici che sono una via di mezzo tra castorini e conigli, che venivano a salutarci assieme ai fantastici proprietari tedeschi, peraltro anche ottimi cuochi. Ma ahime’, in camera, UN UNICO LETTONE MATRIMONIALE!!!!!
Si scusarono dicendo che avevano ceduto la nostra doppia a madre e figlio e credevano di averci reso felici con un maxi lettone tre posti. Ma il problema non era lo spazio ma la frequenza dell’ondulazione corporea del mio compagno. Non so dove andarono a comprarlo in quanto sull’isola non ci sono negozi, ma, avendo capito il motivo della mia disperazione, tornarono dopo mezz’ora con un letto nuovo di zecca ancora impacchettato. Era in realtà una brandina molto bassa rispetto al normale ma il mio compagno vi dormì benissimo e ogni tanto si rivolgeva a me che ero invece in alto con un: bau bau bau!

Per parecchi anni ho avuto la mania di fare coriandoli con qualsiasi pezzo di materiale scomponibile mi capitasse tra le mani come carta, foglie che trovavo per terra, bollette, documenti, e purtroppo il biglietto del treno Ravenna – Vienna. Il problema grave è che la mia mania di polverizzazione del biglietto si manifestò proprio mentre ero sul treno in corsa e l’arrivo del controllare per me fu alquanto imbarazzante e per lui allucinante perchè gli chiesi dieci minuti per ricomporlo tranquillizzandolo con un: “ arrivo, arrivo, un minuto faccio presto “ .
Il tempo passava inesorabilmente come la sua pazienza e la fortuna ha voluto che, essendoci anche la mia amica Patrizia che almeno gli esibì il suo biglietto in formato integrale, mi perdonò e scappò evitandomi come la peste ogni volta che passava nel nostro scompartimento durante il viaggio.
Ma da quella volta la mia mania è passata con buona pace per tutti i controllori di volo e di terra.
Tuttavia non fu l’unico episodio su quel treno. Nello scompartimento io e Patrizia avevamo le cuccette in alto. Per la sicurezza nostra e degli altri passeggeri c’era la regola di tenere sempre chiusa la porta e di bloccarla dall’ interno. Durante la notte andai in bagno e, rientrando al mio posto, dimenticai di chiudere la porta a chiave. L’indomani la ragazza che dormiva nella cuccetta in basso si accorse di essere stata derubata di tutti i suoi avere perché la porta era rimasta aperta. I controllori del treno, indagando su chi fosse stato il colpevole per non avere seguito la regola, fecero a noi altri passeggeri mille domande. Riuscii a cavarmela con qualche bugia che non scoprì mai nemmeno la mia amica.

Ma ho anche viaggiato in Italia prima di scoprire il mondo estero e intorno ai quindici anni ero in montagna con il gruppo del catechismo che mia madre mi costringeva a frequentare, ma da cui mi allontanavo appena potevo. E’ fu così che scelsi, per una sciata solitaria sulle piste di Pera di Fassa, una pista da fondo lunghissima della quale mi stancai presto. Decisi di uscire da lì e di prendere una scorciatoia tra i boschi, che sicuramente doveva esserci, e con le mie scarpette da paperella ( hanno la forma del piede del palmipede e sono in dotazione con gli sci presi a noleggio!) iniziai a esplorare il mondo della montagna ma mi fermai ad aspettare aiuto perchè bloccata sul ciglio di un burrone, ipotesi che non avevo minimamente considerato. Quindi fine della corsa!
Mi persi come quella volta che da sola facevo la ricognizione a piedi del percorso equestre ma, se quella volta mi riportò al maneggio la camionetta dell’esercito trovato alla base dell’aeroporto militare , questa volta tornai a valle legata come un salame su una specie di gatto delle nevi che era giunto in mio aiuto. Non c’era posto nell’ abitacolo e i due sedili erano già occupati dagli addetti alla sicurezza sulle piste, e non era nemmeno previsto dalla ditta costruttrice un terzo posto di scorta per la categoria “varie ed eventuali”.
Io in quell’occasione rientravo decisamente nella categoria e quindi, per non avere anche la responsabilità della mia incolumità, mi legarono sulla prua del gattone facendomi sentire la bandierina di una barca pronta a sparire ad ogni ventata. Arrivata a valle ho incontrato il gruppo di chiesa preoccupato per me dal momento che era quasi buio e da quella volta, grazie a Dio, non insistettero più per sciare con me.

Ma siccome Mister Magoo non è solo un cartone, anche in Sardegna non ho risparmiato chi mi era intorno.
Si trattava, in quel caso, della famiglia che ospitava me e il mio fidanzato sergente maggiore in forza presso l’esercito di Rimini. Il suo collega, tenente maggiore, ci aveva invitato a casa dei suoi genitori a Lanusei, ridente località in collina poco distante dallo smeraldino mare sardo, con lui la fidanzata con la quale si sarebbe sposato dopo qualche mese.
Durante il tragitto in traghetto questa fidanzata mi diede lezioni di bon ton perché, dal momento che avrebbe conosciuto i futuri suoceri in quell’occasione, voleva assicurarsi che tutto sarebbe andato per il meglio e soprattutto, conoscendomi un pochino, che non avrei fatto danni.
Arrivati a destinazione, la famiglia fantastica del tenente preferì me a lei in quanto non brillava nè per bellezza né per simpatia, ma lei cercava di farsi amare facendo sempre le pulizie, lavando i piatti e servendo tutti, cosa che io ho sempre odiato fare anche ora che ho 50 anni.
Seguendo sempre la linea guida che mi aveva inculcato la maestra delle elementari, che prevedeva il lavaggio dei miei capelli quotidianamente poichè tendenti a sporcarsi precocemente, anche nella soffitta dove dormivo in Sardegna cercai una presa adatta al mio phon e la trovai. Staccai tranquillamente la spina pensando fosse un’azione senza conseguenze per l’elettrodomestico momentaneamente messo fuori uso e mi asciugai i capelli. E così i successivi giorni. Mai azione fu più errata: alla presa da me staccata corrispondeva l’immenso frigorifero con la scorta per l’inverno di tutti i prodotti più cari e introvabili del territorio, nonché conserve, carni e salumi frutto del lavoro dei proprietari di casa.
Tutto andò a male e nulla si salvò perché se ne accorsero dopo giorni dall’accaduto. Se la fidanzata del tenente manifestò intenzioni omicide nei miei confronti dal momento che con quel grave gesto avevo mandato al diavolo ogni suo precedente insegnamento, la famiglia sarda fu invece molto comprensiva con me perché mi amava dal primo giorno e me la cavai, scusandomi, con una spesa al supermercato alla quale parteciparono anche il mio fidanzatino, il tenente e perfino la sua fidanzata incazzata.
Naturalmente non fui invitata alle nozze e non rividi mai più la coppia.

Il mio ultimo viaggio risale a due settimane fa a Palma di Maiorca ed è stato molto significativo per me.
Trentatre anni fa, subito dopo la morte di mio padre, io, mia sorella e mia madre ci regalammo il nostro primo viaggio assieme ancora addolorate proprio in quest’isola, a Magalluf, Hotel Flamboyan. Fu il mio primo viaggio all’estero che decretò la mia convinzione a viaggiare possibilmente sempre fuori dall’ Italia e preferibilmente dall’ Europa.
Sono tornata in quella località per rivedere l’unico albergo al mondo di cui mi sia mai ricordata il nome e mi sono emozionata e commossa moltissimo pensando al fatto che ora non c’è più nemmeno mia madre, morta due anni fa. Deve essere veramente scattato qualcosa in me perchè finalmente, dopo anni di dubbi e incertezze, ho messo fine alla lista di viaggi in compagnia del secondo compagno sbagliato di cui parlavo all’inizio. Per tutta la durata del viaggio, in quella sua introversione e in quell’opportunismo fomentato ormai dalla fine dei sentimenti nei miei confronti, non mi ha degnato di una carezza ne’ di un atto di dolcezza nemmeno quando siamo andati all’Hotel Flamboyan, anzi, proprio lì è rimasto in auto.
E proprio lì l’ho lasciato mentre piangevo, triste e abbandonata per l’ennesima ma ultima volta.
Così ha cenato e ha fatto colazione l’ultimo giorno da solo, cosa a cui non è mai stato abituato, al contrario di me, avendo ancora a 50 anni mamma e papà che gli servono il caffè a letto e lo accudiscono come un poppante.
Tornata a Ravenna, ho acceso il computer e ho deciso di mettere per iscritto questa gran parte della mia vita, come mi consigliava di fare mia madre quando ascoltava tutto quello che mi era capitato al ritorno da ogni viaggio. E quando guardavo in televisione le avventure di Mister Magoo, il mio cartone animato preferito, in cui un vecchietto cieco ne combinava di tutti i colori, restando sempre illeso, mi ripeteva spesso:
“Scrivile queste cose perché in tanti devono sapere che Mister Magoo non è solo un cartone”

Fiorella Gimigliano

Tel. ##########

Autore: Fiorella Gimigliano

Lettera per Luciana Littizzetto. Lettera 159.

Un commento su questa lettera a Luciana Littizzetto
  1. Ciao Lucianina, sono Fiorella Gimigliano, 56 anni di Ravenna. Qualche anno fa ti ho inviato, sempre su questo sito, una serie di mie avventure comiche capitatemi in viaggio per tutto il mondo, spesso in solitaria. Quando le ho viste pubblicate mi sono gasata e, continuando a scrivere, ora ho tre libri su Amazon tramite due case editrici. Il primo testo si intitola " Infanzia di una viaggiatrice compulsiva, da Topolino a Mister Magoo", il secondo " Capitomboli di una viaggiatrice compulsiva, istruzioni per l'uso", il terzo, uscito quest'estate " Acrobatiche evoluzioni di una bizzarra viaggiatrice compulsiva". Se digiti il mio nome su Google escono tantissime informazioni su di me: i libri sono su decine di siti famosi, quest'anno ho ricevuto cinque premiazioni letterarie di cui una in Piemonte, interviste in televisione, partecipazioni a eventi, insomma un curriculum da star piccina. Sembro ricca e famosa invece sono squattrinata ed evidentemente non così famosa perchè le case editrici, soprattutto quella degli ultimi due libri, mi scrive che non vendo niente. Vuole i miei libri senza farmi spendere soldi, mi fa un contratto editoriale ma non ricevo nulla, uno gratuito anche con Amazon e tanta soddisfazione. A Ravenna vado a ruba tra amici e conoscenti anche se faccio qualche sconto sulle mie copie e alcune le regalo, perfino al dottore e alle infermiere. Il quarto inedito vorrei intitolarlo " Volevo nascere Luciana Littizzetto" perchè quando scrivo mi vengono sempre in mente anche le tue divertenti avventure, la tua ironia, la tua energia nel prendere per i fondelli i disonesti. Trasformo in comiche le situazioni che spesso non lo sono, scopro il lato leggero, meno doloroso degli eventi in modo da renderli accettabili, rido spesso mentre compongo e anche la mia vita adesso è più rosea, meno grigia. La scrittura è diventata una terapia che ha smussato i miei angoli cupi, tristi, cedendo il posto ad un nuovo modo di interpretare la realtà che non sempre è negativa come la considero, anzi, spesso diventa spassosa, inusuale. L'allegria, il sorriso, quell' "allargare le labbra" creano per forza buon umore ottimizzando la qualità della vita. Non posso negarti che so che con un titolo così finalmente venderei qualche libro, sarebbe un bell'aiutino, sempre che non stiano già arricchendo qualcun altro! Credimi che se ne leggessi uno ti divertiresti, non immagini cosa combino! Ti ho sempre seguito e naturalmente sono una tua fan. Posso inviarti il mio inedito così lo leggi e acconsenti al titolo " Volevo nascere Luciana Litizzetto" ? In alternativa ti autorizzo al pubblico linciaggio in televisione. Ci stai? Un abbraccio Fiorella Gimigliano

    Tel. 333 3867565

    C'era 2 anni, da Fiorella Gimigliano


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