Lettera per Walter Veltroni
Lettera aperta di Marco Patti a Walter Veltroni
“Paolo rossi ”
30 dicembre 2022,
Buongiorno Walter Veltroni, grazie per È stato tutto bello. Le invio il mio ricordo
Estate 82’
Una giornata di freddo accoglie la notizia della morte di Pablito, il nome Paolo Rossi, tra i più comuni del regno italico, si è licenziato per opera delle imprese sportive di un calciatore che ha lasciato un segno per i posteri. In un attimo si ritorna indietro come se si volesse riavvolgere la pellicola di un film, con l’accortezza, adesso di non fare fuggire le immagini in avanti. L’estate calda dell’82 é quella dei miei 15 anni, gli anni 80 sono nella fase primordiale. Abitiamo nella nuova casa di san Leone da circa 2 anni, una villa nella quale ancora oggi trascorro, quanto possibile, i giorni festivi. Ho lasciato, forse con un certo disappunto iniziale, niente via Gluck in ogni caso, il condominio di via delle Dalie, il condominio dei parenti e degli amici d’infanzia. Il condominio del terrazzino di mia nonna, degli appartamenti affollati dei cugini, degli odori di una cucina ardimentosa, delle riunioni improvvisate,delle giocate a carte, del rituale della partita a dama, per gli scacchi bisognerà aspettare del tempo. Il condominio di una comunità si snoda nelle vicende familiari in cui ognuno sa tutto dell’altro e se lo fa raccontare per sapere se è tutto vero. E’ il condominio delle seconde case, di un posto al sole o di un posto al mare, è la conquista di spazi ricreativi, delle rivendicazioni di un diritto allo svago, della strana voglia di divertirsi. E’ l'estate delle voci rumorose dei bambini che si estende nel corso delle lunghe giornate lasciando infimi interstizi al silenzio pomeridiano: la pennichella è uno status inviolabile. In un fremito a mala pena contenuto, qualcuno urla. Non è un grido di dolore, non è la violenta lotta, anche a colpi di pietra, tra presunte bande rivali, non é nemmeno il grido di un “liberi tutti”. Non accade spesso, eppure ogni tanto, come la manna dal cielo (Il Signore degli ebrei era estremamente puntuale, in verità) il grido sperato: “Arrivà l’acqua”, “C’è l’acqua”, un avvenimento circostanziato come l’avvistamento della terra dalle famose tre caravelle. Il condominio si anima più del necessario, bisogna cogliere l’attimo, é l’occasione di riempire il quantitativo mai sufficiente per sopportare il caldo-umido di san Leone. Si converge come topi o bambini verso il suono melodioso di uno scrosciante flauto. L’attesa si dimentica nell’immediatezza delle operazioni svelte ed efficaci per accantonare il prezioso liquido. C'è chi sa già tutto, o pensa di saperlo e non spreca l’occasione per maledire chi ci governa, c’è chi crede di avere amici potenti, di quelli intrufolati nelle maglie misteriose del comune di Agrigento e sapendo il giorno della novella fioritura si è preparato in tempo, per poi lamentarsene perchè proprio in quel periodo l’amico fidato è stato cambiato di settore: “ma perchè ai lavori pubblici?”. Di un fervore sorprendente siamo animati, e la collaborazione si traduce in scambi di bidoni e di bottiglie esclusivamente di vetro. La forza degli astanti si misura con l’abilità di uomini mitologici: se non riesci a sollevare almeno 25 Kg da una parte e 25 Kg dall’altra è meglio sospendere le operazioni e presentarsi a contesa conclusa, adducendo di non avere alcuna fretta, “tanto l’acqua resta tutto il giorno”. (mai fidarsi di una improbabile erogazione a getto continuo). Lo spaccato della mia infanzia si distanzia nello spostamento familiare in via Goethe, anche se io non smetto mai di passare in bici dal vecchio cortile e da quei luoghi, come se fosse necessario e forse lo è, alimentare i ricordi dell’infanzia.
In quell’estate dell’82 per le partite dell’Italia ho imposto un rituale rigidissimo, almeno per quelle delle 17:15. La invadente luce solare non può permettersi il lusso di stravolgere la visione della partita, nessun riflesso distorcente potrebbe inficiare lo spettacolo di una partita del mundial. Il rito, forse comune in molte famiglie, si consuma nella partecipazione di tutti i membri della congrega, nessuno escluso e non si accettano estranei. La squadra non ammetterebbe delatori, persone che possano criticare Antognoni, qualcuno che potrebbe esprimere dei dubbi su Zoff (dopo il mondiale del 78) e soprattutto Rossi non si tocca. Mi dispiace per i fautori di Graziani o della minoranza improvvida che reclama la convocazione di Pruzzo. Io ricordo gli scontri dialettici, estenuanti, solo di calcio si sarebbe potuto discutere in quei giorni. Il resto degli interessi era solo una minima parte rispetto all’evento catalizzatore. Lo scontro e la critica verso Pablito, un nomignolo allora usato come un ricordo lontano, come a metterne in luce la distanza siderale rispetto al semplice Paolo del mondiale spagnolo, era vissuta dal sottoscritto con angoscia, vista con gli occhi di ora inconcepibile. E’ il 5 luglio allo stadio Sarria, la contesa tra l’Italia e il Brasile é epocale, non solo per la tradizione delle due compagini ma per le idee di calcio che si confrontano. In questo girone a tre, l’Argentina è già stata eliminata, avendo perso sia con l’Italia (2-1) sia col Brasile (3-1) e per differenza reti, il pareggio porterebbe i verdeoro in semifinale. Sono al mio posto di combattimento, durante l’inno mi alzo in piedi e canto a squarciagola, mi sento carico. Una voce leggerissima ama il Brasile, ama il loro calcio spumeggiante, si innamora delle trame, a volte inutili dei loro fraseggi, si incanta per il tiro di esterno di Zico o del mancino Eder (chissà che fine abbia fatto). Conosco il Brasile come le mie tasche e prevedo che non giocheranno per il pareggio, sanno di essere forti e le lacune del portiere (Valdir Peres), tanto ne facciamo in ogni caso più degli avversari e del centravanti (Serginho) segnamo in ogni modo e con chiunque, non pesano sulla strategia della squadra. L’Italia è equilibrata, si è dimostrata più forte di quanto previsto e sembra non avere nessun timore reverenziale nei confronti del Brasile. La partita si accende fin da subito e Conti, il mancato giocatore di baseball nella spiaggia di Nettuno, sembra ispirato, dribbla e incanta. Rossi manca un’occasione ma non la seconda di testa: 1 a 0. E ora ci ammazzano, ora ci distruggono, ora li abbiamo fatti incazzare. Basta chiacchiere ed il Brasile si mette in moto: Zico passaggio filtrante per Socrates 1 a 1. Si sapeva, peccato. Ricomincia con troppa flemma il lento trasversale movimento della palla, troppo lento per Paolo, che si riappropria dell’opportunismo genetico di cui è dotato. Si intromette senza chiedere permesso e deposita in rete: 2-1. Ma non può essere, dai non svegliarmi, dimmi che sto vedendo un’altra partita. L’intervallo sopraggiunge per smorzare i battiti di un cuore che gira in fretta e desidererebbe che fosse finita, invece ci sono altri lunghissimi 45 minuti. Giusto il tempo di uscire fuori per vedere se davvero esiste il sole, per vedere se intorno il tempo scorre, per sentire nelle altre case la stessa trepida attesa. Le fasi iniziali del secondo tempo non presentano particolari scossoni. Sembra che possiamo reggere l’urto, tra le file dei difensori un giovanissimo Bergomi, allora diciassettenne, con i baffoni di un improbabile Zio, ma da allora per sempre solo Zio. Ci difendiamo, da una vita che viviamo di difesa e contropiede, siamo nati con l’amore mai professato per i difensori, per Gentile, il berbero indomito, per il bell’Antonio, per l’elegante Scirea. Si declamano i difensori come i numi tutelari, come la frontiera del Piave che lo straniero non passò. Fino ad un certo punto, poi Falcao, il meno brasiliano dei brasiliani, il più europeo degli europei, si fa beffe della difesa, sconvolge la barriera umana a presidio della zona centrale e fulmina con un sinistro ( non è nemmeno il suo piede)
Zoff. Finita, adesso è finita davvero. Io non reggo il ballo saltellante del romanista e lo vorrei strangolare. Anche mio padre si lamenta degli stranieri traditori. Mia madre è in silenzio, lei non cede, io si. Mi allontano e mi rifugio in bagno, nel sottoscala. Non pensate a chissà qual mal di pancia, o cose del genere. Ho bisogno di pregare, e ho pregato per Pablito, lo giuro ho pregato affinché la sua parabola non si concludesse, la sua storia come la nostra avesse un lieto fine, quel momento si potesse rivivere, quegli attimi proseguire per lui e per noi. Dall’unico calcio d’angolo a nostro favore, la palla, mossa da un incidente tra due giocatori brasiliani, finisce nel piede sinistro di Tardelli, l’urlo felice di Munch, e deviata inesorabilmente da Pablito, ritornato istantaneamente dall’Argentina. L’esplosione di gioia non ha eguali, si grida al miracolo, “l’invasione delle cavallette” viene immobilizzata dall’atto blasfemo di braccia alzate, non si prega Dio si ringrazia il calcio per questa allegrezza, “annuntio vobis gaudium magnum” si proferisce senza sapere una sola parola di latino. Succede il finimondo, sembra che la sfrontatezza brasiliana sia sul punto di non ritorno, sembra di assistere al film “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, si riversano all’attacco con 10 giocatori anzi 11 tanto Valdir Peres non sa parare. E’ risaputo: il portiere in Brasile vale più di un qualunque giocatore normale ma a qualcuno, per non avere saputo palleggiare ininterrottamente per 2 ore di seguito con entrambi i piedi, lo devono mettere in castigo: solingo a difesa di una porta immateriale. Ed invece facciamo il quarto, gol di Antognoni, il preferito da mia madre, difeso sempre e comunque per la raffinatezza del calcio e la grande visione di gioco, lo so molti ricordano quel gol non valido, lo so la tecnologia lo avrebbe convalidato, ma per noi si stava sul 4 2. Come Mosè apre le acque del mar Rosso, mio padre apre le persiane per incedere verso l’esterno e accogliere la luce. Non si capisce niente ci abbracciamo, e con una inconsapevole innocenza lo schermo ribadisce soltanto 3 a 2. Richiudo in tempo le persiane, ricaccio tutti dentro urlando disperatamente appena in tempo per vedere la parata decisiva del “vecio” Zoff sulla linea di porta. Se non avessi tempestivamente richiuso la bolla nella quale il tempo non scorre chissà cosa sarebbe successo?
Autore: Marco Patti
Lettera per Walter Veltroni. Lettera 172.
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