Lettera per Paolo Sorrentino
Lettera aperta di Spadacini Giacomo a Paolo Sorrentino
“Eventuale film da libro”
28 novembre 2021,
Buongiorno Paolo Sorrentino,
Le spedisco l'inizio del libro riguardante la vita di mio padre.
Questo lavoro vuol essere un omaggio alla memoria di mio padre che scelse la dura professione del minatore nei cantieri edili per la costruzione di centrali idroelettriche nell’arco alpino italiano. Tale scelta era volta a migliorare la condizione sociale ed economica propria e dei suoi familiari, si causò però la malattia e la morte per silicosi. Il lavoro nei cantieri edili non era stabile e finita l'opera, bisognava rifare la valigia e cercarne uno nuovo, a meno che il datore di lavoro non chiedesse di seguirlo in un nuovo cantiere. Mio padre nel suo lungo girovagare (Valle d’Aosta, Lombardia,Trentino Alto Adige e Piemonte) ebbe la famiglia al seguito; di conseguenza il contenuto risulta in parte autobiografico. La valle Camonica, luogo di provenienza di mio padre, è stata trasformata profondamente dal lavoro: salendo dal fondovalle, sui versanti si vedono innumerevoli condotte forzate, dighe e bacini, per l'alimentazione di centrali idroelettriche. Dietro ogni diga in molti casi c’è una galleria che convoglia l’acqua all’invaso e quella galleria è stata prima scavata metro su metro dai “minör”, (così, in dialetto della Valcamonica, venivano chiamati appunto i minatori). I minatori d’una volta, i «minör», lavoravano di badile, piccone e perforatrice, mettendoci tanta fatica e tanto rischio, respirando tanta «pussiera» la polvere che ha fatto venir loro il fiato lungo. L’alto prezzo richiesto dallo sviluppo industriale fa ben capire l’impegno, lo sforzo, il sacrificio ed il costo in vite umane che le grandi opere di ingegneria idraulica realizzate nel nostro Paese hanno comportato. La straordinaria e drammatica avventura della costruzione, nell’arco alpino, dei grandi impianti idroelettrici, portò sulle Alpi migliaia di lavoratori da tutta Italia e significò, per le valli coinvolte, il primo incontro drammatico e scioccante con la modernità dello sviluppo tecnologico. Questi lavoratori con i tanti locali che per sfuggire alle ristrettezze della vita contadina si “arruolarono” nella costruzione di dighe e condotte forzate, hanno pagato in prima persona l’alto prezzo richiesto dallo sviluppo industriale. Lo sviluppo economico, la modernità, per questi lavoratori fu soprattutto fatica, dolore e morte. Si può avere un’idea sia della tragedia sia della sua memoria rilevando che in ogni paesino di montagna i lavoratori deceduti fino ad oggi, soprattutto per silicosi, sono stati molti di più che i caduti nelle due guerre mondiali. Sulla piazza di ogni paese della Valle Camonica campeggia il monumento dedicato ai caduti in guerra. Sulla pietra sono incisi tutti i nominativi dei caduti, cui si rende tradizionale omaggio il 4 novembre. Ebbene, i monumenti ai caduti sul lavoro sono rari e nessuno (a quanto mi risulta) porta incisi i loro nominativi, forse perché l'elenco sarebbe così lungo da porre la collettività dinanzi a un problema di dimensioni impensate. I morti in guerra li conosciamo: sappiamo chi sono, quanti sono e anche quando e dove sono morti. Nulla di analogo esiste per i morti sul lavoro. Si tratta di morti ignote, anonimi, dimenticati, la cui presenza aleggia sulle famiglie - di vedove e orfani - private di un loro componente. Certamente il profitto ha un grande rilievo nelle azioni umane e nell'ambiente d'impresa in modo particolare; tuttavia esso non può divenire la molla, l’obiettivo e il metro di giudizio delle azioni individuali e collettive. Esistono valori superiori: la vita, la dignità, la socialità che devono essere il sale e il collante del patto tra i cittadini e le istituzioni. Non si deve più relegare la morte sul lavoro entro i confini della sofferenza individuale, della sfera familiare, della dimensione privata in cui non è nemmeno possibile elaborare un lutto e avere un riconoscimento pubblico.
E non si può non essere completamente d’accordo con l’osservazione ispirata da queste terribili cifre: molte di più le vite falciate sul lavoro, ma di ben diverso peso nella memoria collettiva e nella storia ufficiale. Morire di lavoro rientrava fra le cause di morte ‘naturale’, non suscitava alcuna emozione e nemmeno sentimenti di ingiustizia. Ma la memoria pubblica è innanzitutto volontà politica. E il ceto politico di allora, locale e nazionale, non aveva certo interesse a tramandare lo scippo alle comunità locali della loro principale ricchezza e della totalmente inadeguata politica sociale a tutela dei lavoratori. Ancora oggi si preferisce ricordare un passato contadino, a volte idealizzato, spesso sapientemente edulcorato, pronto per essere utilizzato a fini politici, utilizzato per scacciare i fantasmi della globalizzazione ma che finisce per creare barriere e diventare strumento, benché sottile, di esclusione. C’è una parte dell’esperienza popolare del ‘900 sulla scorta degli studi di tanti altri storici che rimane nell’ombra: molto si è scritto della partecipazione degli alpini (montanari) ai due conflitti mondiali, molto si è riflettuto sulla storia politica delle regioni in cui risiedevano; meno si è studiata la storia del movimento operaio. Eppure, di questa classe operaia itinerante, nomade, con i propri riti e una particolare forma mentis, restano solo i ricordi di chi ne fece parte. Mio padre è uno di quegli uomini che non volendo continuare la vita del montanaro aveva scelto di fare il minatore.
parte finale
Il giorno due dicembre del ’99 il vecchio minatore dava segni ormai evidenti dell’imminente crollo finale. Al mattino si era comunque rasato e lavato perché, come ho più volte evidenziato, mio padre teneva molto alla propria persona; ma non era una mattina come tutte le altre: si spostava dal bagno alla cucina trascinandosi dietro quell’odiosa bombola dell’ossigeno, probabilmente sentiva vicina la fine. Passò la maggior parte della mattinata guardando fuori dalla finestra della cucina verso la collinetta in cui aveva costruito il pollaio, dove c’era l’orto e più in basso il magazzino dove aveva pezzo per pezzo assemblato la sua piccola officina, la cantina che tanto amava, l’autorimessa in cui sostava la sua auto che da più di un anno non guidava. Chissà cosa passava per la mente di quella persona che non si era mai sentita vecchia se non in quel momento; probabilmente stava rivedendo nella propria mente tutta la sua vita: l’infanzia, la giovinezza senza l’apporto morale della tanto invocata mamma, i primi litigi con il padre che non voleva che andasse lontano a lavorare, il servizio militare, la guerra, la prigionia in Germania, il ritorno. Poi finalmente si era formato una famiglia su cui riversare l’amore che non aveva avuto per la mancanza della mamma. Tanti lavori, tanti luoghi in cui aveva portato la famiglia appresso, tante tribolazioni; poi, dopo il grave infortunio che lo aveva reso inabile al lavoro, finalmente si era fermato. Aveva comperato una casa vicino ai luoghi in cui lavoravano i figli e aveva cominciato daccapo un lavoro, quello del contadino, del vignaiolo e dell’esecutore dei tanti lavoretti di cui la casa aveva bisogno. Poi, dopo poco più di un ventennio la “silicosi”, la malattia professionale dei minatori, lo aveva progressivamente reso dipendente quasi del tutto dalla moglie. Ora soffriva nel non potere più svolgere tutti i lavori che era solito fare, non si abituava alla sua quasi completa inabilità. Il pranzo diventava un calvario sia per lui che per mia madre; non gli andava a genio niente, un po’ le medicine un po’ la malattia gli avevano tolto completamente l’appetito. Al pomeriggio, dopo un lungo riposo sul divano della cucina-tinello, nel tentare di alzarsi era caduto rovinosamente sul pavimento e, nonostante l’aiuto di mia madre, non era più riuscito a rizzarsi in piedi. Mia madre, spaventata aveva telefonato a mia sorella, che era la più vicina e che si era precipitata assieme al marito: erano riusciti a sollevare mio padre dal pavimento e farlo adagiare sul divano. Ai miei familiari sembrava una normale caduta.
Come tutte le sere, uscito dal lavoro, passai a fare visita ai miei genitori ed in particolar modo per vedere come stava mio padre: mi aveva insospettito la sua caduta pomeridiana e lo vedevo stranamente remissivo. Dopo aver cenato a casa mia, ero ritornato a casa dei miei genitori, perché avevo la sensazione che mancasse poco alla fine di mio padre; mi ero portato il pigiama per trascorrere lì la notte e tranquillizzare sia mia madre che mio padre a riguardo di un pronto aiuto a quanto eventualmente potesse succedere. Quella sera, intorno alle ore dieci, tornarono sia mia sorella che mio cognato per sincerarsi che la situazione si fosse stabilizzata e tutto procedesse per il meglio. Mio padre incominciò a ringraziare tutti per quello che si era e si sarebbe fatto per la sua salute; emerse l’indole buona del suo carattere nel ripetere più volte che voleva bene a tutti noi e ci esortava a manifestare questo sentimento reciprocamente. Infine, prima di coricarsi, mi trasse in disparte e mi raccomandò, dopo la sua scomparsa, di occuparmi della mamma, in particolar modo della sua salute. Poi disse una frase che mi fece e mi fa ancora riflettere: “che fregatura la vita”. Credo si riferisse al fatto che nonostante avesse condotto onestamente una vita piena di sacrifici, la stesse concludendo così dolorosamente. Confidai in quel frangente a mio cognato che ormai era questione di pochi giorni per la fine di Pilota. Mi sbagliavo, sarebbe morto la notte stessa. Mi coricai nella stanzetta attigua a quella dei miei genitori, e di tanto in tanto mi affacciavo alla porta per controllare se ci fossero problemi. Attorno alle cinque del mattino del tre dicembre ho sentito un urlo lacerante di mia madre e mi sono precipitato nella loro stanza; mia madre cercava di rianimare il corpo ormai senza vita del mio beneamato papà. “Dino svegliati, Dino svegliati”… era l’urlo continuo e straziante di mia madre ed io cercavo di convincerla che non c’era più nulla da fare, ma nello stesso tempo piangevo sommessamente e mi rendevo conto che un grande uomo, il mio papà, non c’era più e una parte di me non esisteva più, se n’era andata per sempre. Quasi certamente mio padre si è sentito soffocare per mancanza di ossigeno ai polmoni, nonostante usasse costantemente la maschera tenendo la bombola vicino; quindi aveva cercato di sollevarsi colpito da asfissia ed il cuore indebolito non aveva retto. Mia madre, sentendo un tonfo, si era svegliata di soprassalto trovando il marito ormai privo di vita. Io ero profondamente addolorato, pur convenendo che il mio povero papà aveva finito il suo doloroso calvario pieno di sofferenze. Ho subito chiamato mia sorella con il marito, mia moglie ed i figli, tutti affranti dal dolore. Prima che il corpo assumesse il rigor mortis mia sorella, suo marito ed io abbiamo incominciato alla vestizione del mio povero papà; ma non abbiamo incontrato alcuna difficoltà, in quanto mio padre non si era fatto trovare impreparato dalla morte: era come sempre pulito e sbarbato
Autore: Spadacini Giacomo
Lettera per Paolo Sorrentino. Lettera 277.
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